A OGNUNO IL SUO RUOLO (DI GIANNI LUSSOSO)
31/03/2014

E’ sempre la solita solfa: ognuno crede di poter insegnare all’altro e detta i termini dei ruoli altrui. Con poca educazione, e nullo rispetto per le competenze altrui, trovi dei cialtroncelli che, inebriati dal suono della loro voce, ti dicono cosa avresti dovuto fare e dire, senza rendersi conto, proprio a causa della loro poca conoscenza del tuo lavoro, che sommano lunghe serie di sciocchezze e che sprofondano nel ridicolo… ma loro, beatamente, avviluppati nel suono dei loro ragli non se ne rendono conto, appunto, e sproloquiano con la compiacenza di chi, invece, avrebbe dovuto, se non stopparli, almeno porli dinanzi a certe realtà deontologiche.
Per la verità è da sempre che il lavoro del giornalista è giudicato e commentato, a volte con toni aspri, da chi di giornalismo sa poco o nulla. Capita soprattutto nel giornalismo sportivo in quanto, la materia trattata, sembra, ai più, di così facile comprensione, che tutti possono parlarne quasi fossero “laureati in scienze calcistiche” mentre, culturalmente, sono a livello dell’abc.
Se ognuno rispettasse il suo ruolo, ne guadagneremmo tutti. Invece trovi il tifoso che, proprio per la sua posizione affettiva, è di parte e, quindi, il meno adatto a giudicare le cose sportive e accusa il giornalista di essere incompetente e asino, quando esprime giudizi diversi dal suo, e lo addita come esempio di bravura, nelle occasioni in cui i suoi giudizi sono simili ai suoi.
Comunque, che il tifoso sia eccessivo nelle sue argomentazioni e nei suoi atteggiamenti, non lo accetto ma lo giustifico e gli perdono anche le esagerazioni verbali.
Non accetto, invece, che un giocatore, richiamato per la sua inconsistenza tecnica o fisica, o di tutt’e due, si rivolga alla tifoseria mandandola a quel paese…
Mi indigna, quando accade, l’atteggiamento del dirigente sportivo che, solo perché ha un certo potere economico, crede di poter gestire l’informazione secondo i suoi interessi e si incattivisce contro chi fa della libertà di informazione la sua forza e cerca di ghettizzarlo, o quanto meno di isolarlo, rendendogli arduo l’espletamento della sua attività professionale.
Ma la cosa che più mi irrita è l’oscenità espressa da quei giornalisti che, asserviti dal potere sportivo, cercano di indirizzare i commenti e le analisi tecniche su un piano diverso dalla verità confondendo e mischiando grano e loglio, convinti come sono che, nella confusione dialettica, possono contrabbandare per verità, le macroscopiche bugie che fanno grasso il culo dei loro padroni. E questo accade soprattutto nei salotti, cosiddetti sportivi, dove si intrufolano animali di vario genere, con una babele di voci e di idee che farebbero la felicità dei cabarettisti di professione. Si chiamano opinionisti. Hanno il placet dei conduttori che li utilizzano secondo necessità, ben conoscendo di ognuno, caratteristiche, passioni e posizioni…
Ho assistito di recente ad una trasmissione in cui si è parlato della necessità secondo la quale il giornalista deve remare a favore della società. Già il verbo remare mi fa sorridere considerando che il giornalista vero non è un rematore ma uno che racconta i fatti sportivi sulla base delle sue competenze e non su quella della utilità a favore del padrone di turno. Il giornalista, e lo sanno tutti coloro che ragionano, ha un solo padrone: la verità dei fatti.
Nel corso di quella trasmissione, il solo Paolo De Carolis ha cercato di far capire la funzione del giornalista, ma poi, intuendo l’incapacità di chi aveva sollevato il problema, di capire le reali ragioni del suo dire, l’ha lasciato avvilupparsi nella sua inconsistenza dialettica e ha tirato oltre…
Capisco bene le ragioni del conduttore (anch’io ho condotto per decenni delle trasmissioni sportive e, mio malgrado, ho contribuito a creare diversi mostri, opinionisti, ma li ho sempre bacchettati anche in diretta, con la dovuta correttezza e nel rispetto del lavoro giornalistico) ma non si può dare spazio a certi “mostri” a meno che non siano furbescamente usati per far dire cose che fanno comodo al padrone e per le quali lo stesso conduttore non vuole esporsi…
Comunque, finché c’è tutta questa voglia di parlare di calcio, questo sport avrà successo, nonostante le violenze, non solo verbali, e i tifosi continueranno a esprimere la loro passione, pagando con euro salati e sofferti al botteghino, facendo la felicità dei marpioni che dal calcio sanno trarre benefici concreti che non sono quelli dettati dalla felicità della vittoria sul campo ma dal conto corrente personale sempre più corposo. Buon pro gli faccia, ma ricordino sempre la necessità del rispetto dei ruoli.