C'È ORIUNDO E ORIUNDO.(FRANCO TACCIA)
05/03/2014

Lasciando la preistoria e partendo ''soltanto'' dagli anni ''60 la nazionale ''Italiana'' di calcio ha sempre fatto ricorso agli oriundi, definizione con la quale si indicavano quei calciatori, nati per lo più in Sud America, nelle cui vene si giurava scorresse sangue italiano magari per via di qualche trisavolo. Il fine giustifica i mezzi, si diceva, sopratutto se questo era il sistema per vedere con la casacca azzurra veri e propri fuoriclasse, assolutamente senza eguali tra i pari ruolo nostrani.
E così i vari Antonio Valentin Angelillo, Angelo Benedicto Sormani, Josè Altafini, Enrique Omar Sivori, Humberto Maschio, tutti accomunati da classe eccezionale e dal cognome ''fonicamente'' passabile per italiano, hanno peraltro con fortune alterne sia per loro che per la Nazionale Italiana, indossato la mitica maglia.
Per chi come me la storia del calcio ed il calcio in se, stavo per dire dalla nascita, hanno rappresentato uno degli argomenti quotidiani di maggior interesse, è fin troppo facile aggiungere che il periodo degli oriundi coincise con i momenti meno ricchi di successi dell'Italia. Non per colpa degli oriundi, per carità, ma tant'è, è la storia appunto.
Poi più nulla fino a Lippi che inserisce Mauro German Camoranesi, nello scacchiere azzurro, portando l'Italia al titolo mondiale e Camoranesi allo ''scotennamento'' affettuoso ad opera dei compagni dopo la vittoria in finale.
Ed ecco Prandelli. Con lui il ''naturalizzato'' torna di moda e ci troviamo in Nazionale da Amaurì a Ledesma, da Thiago Motta a Paletta, ultimo arrivato via Parma, con il rischio, tempo fa, della convocazione di Rodrigo Taddei.
Mi dispiace, ma con tutta la simpatia, tra i ''mostri'' del passato già citati oltre quelli di qualche anno prima, da Raimundo ''Mumo'' Orsi a Renato Cesarini, da Attila Sallustro a Eddie Firmani a Luisito Monti, da Guaita a Francisco Ramon Lojacono a Ettore Puricelli (Testina d'oro) a Pepe Schiaffino fino al ''Petisso'' Bruno Pesaola e quelli dei giorni nostri c'è la stessa differenza che passa tra una Ferrari e un trattore.
Tutto ciò mentre si piagnucola sulla presunta causa che costringerebbe Prandelli a non poter fare a meno di Osvaldo che è stato sbolognato dalla Roma e nella Juve fa (per fortuna) la riserva, o di Thiago Motta per la cui partenza verso la torre Eiffel nessuno ha pianto più di tanto: troppi stranieri in Italia.
E così restano fuori o entrano se si ammalano gli altri, Insigne, Verratti, Cerci, Immobile (scoperto adesso dopo che Ventura gli ha appiccicato la maglia di titolare del Toro sulle spalle, ripagato da goal a grappoli), e si vedono di sfuggita, ma molto di sfuggita, Destro, Gabbiadini, Florenzi, con Diamanti che sarebbe titolare in qualsiasi nazionale e in Italia era a mala pena considerato un'alternativa.
L'educatissimo, gentilissimo, piacevolissimo Prandelli pensa che i giovani vadano inseriti con il contagocce, caldamente appoggiato dalla schiera dei ''pennaioli'' che stravedono per lui per il solo motivo che giammai li tratta come meriterebbero, cioè da incompetenti. Basti dire che oggi, uno dei mezzi/busti più alla moda ha candidamente affermato che ad esempio Verratti non è pronto per il mondiale (per fare l'ira di dio in champion's però è prontissimo) e sarebbe da chiedere come farebbe ad essere pronto se in due anni ha giocato col contagocce.
Intanto fra tre mesi parte il mondiale, con Pirlo, lo dico da Juventino, che sembra arrivato ai titoli di coda, De Rossi che combatte da anni con una condizione fisica particolare, Barzagli e Chiellini che ogni tanto perdono ''un pezzo'' e il centrocampo dove servirebbe come il pane monsieur Verratti, piede di velluto e tackle da ''tedesco'', lasciato a stagionare in attesa che invecchi, come il cognac.
Spero di sbagliarmi.
Franco Taccia