GERMANO GRAVINA RICORDA GIOVANNI MANTINI
19/12/2013

Desidero fare un ah!...m'arcord di un ''personaggio'' pescarese, non conosciuto e famoso come Eriberto, ma che molti anziani, sicuramente, lo ricorderanno.
All'anagrafe era registrato come Giovanni Mantini, ma era conosciuto come ''Giuvann scillon(e)'', per la sua altezza che superava i due metri.
Abitava in Piazza Duca degli Abruzzi ed io che abitavo vicino alle Suore Ravasco di viale G. Bovio lo vedevo spesso passare con la sua inseparabile bicicletta. Ancora non lo conoscevo di persona.
Un giorno se ben ricordo del 1950, con mia madre, mentre andavo al mercato di via Cesare Battisti, l'ho visto transitare vicino alla villa Sabucchi sempre in bicicletta e vestito con una maglia da calciatore e una tuta per pantaloni. Quest'abbigliamento mi è sembrato strano ed ho domandato a mia madre che mestiere facesse quel tipo un po' stravagante.
Mia madre, nata nel 1915, era una sportiva perché a 18-20 anni correva con i maschi e li batteva ed anche tifosa del Pescara perché, come mi raccontava, seguiva gli allenamenti del Pescara al Rampigna, ai tempi dei fratelli Romagnoli, (Rumagnulit (il minore) era nu belli giovine) dicendo a una sua zia, che viveva con lei, che andava a sentire le prediche di Don Santo Perotto.
Il Pescara era nel destino di mia madre perché, andando a imparare il mestiere di sarta presso una signora, la moglie di Mungo, ha conosciuto il figlio bambino della sua insegnante: Angelo Mungo che ha giocato a metà anni '50 come difensore nel Pescara. Una cliente della sarta era la madre di Alberto Casalini, che mia madre doveva tenere in braccio per la sua irrequietezza. Da grande Alberto Casalini è stato sindaco di Pescara e inoltre è stato vicino al Pescara calcio nei momenti difficili. Dopo questa digressione e uscendo dal seminato, era doveroso ricordare mia madre che non mi ha mai ostacolato nella mia pur breve attività calcistica seppure a livello giovanile.
Torniamo a Giuvann scillone che abbiamo lasciato in bicicletta, ormai sarà arrivato a destinazione.
Mia madre, quasi sua coetanea e che lo conosceva bene, mi disse che si chiamava Giovanni Mantini e che faceva l'allenatore in una squadra di calcio.
Per me che incominciavo a correre dietro un pallone cercando di colpirlo nel migliore dei modi, per poter dire di ''giocare'' a pallone, indirizzandolo nel posto voluto e non colpirlo in modo ''ndo cojo cojo''. Una frase che mi è rimasta sempre impressa nella mente è stata quella che l'allenatore Alfredo De Angelis ci diceva durante gli allenamenti: ''Il pallone lo dovete giocare e non farvi giocare da lui, altrimenti, se fosse così, non si potrebbe chiamare gioco del pallone, ma giocati dal pallone''. Filosofia spiccia.
Dopo aver saputo che Giovanni era un allenatore di calcio, l'ho visto sotto una luce diversa e
l'ho immaginato su un campo di calcio che stava correndo insieme alla sua squadra. Come mi sarebbe piaciuto essere con loro!
Dopo qualche anno, avevo quindici anni, insieme a due miei compagni d'infanzia, Franco Liberi e Michele Di Rocco, un conoscente ci iscrisse ad una squadra di calcio: la Duca d'Aosta, con sede sopra il cinema Excelsior. Finalmente erano terminate le sfide sui campetti rionali e senza vere maglie. Eravamo approdati in una vera squadra che giocava al campo Rampigna e con delle maglie tutte dello stesso colore: rosso con colletto e bordo manica blu.
La sera convenuta andai in sede per scegliere le scarpe da calcio (le prime) e attendere l'arrivo dell'allenatore che non sapevo ancora chi fosse. Dopo una mezzora di attesa arrivò l'allenatore e con somma sorpresa vidi entrare un signore, era: Giovanni Mantini.
Si presentò e volle conoscere i nostri nomi e in che ruolo volevamo giocare. Ci disse: toglietevi la giacca che s'incomincia l'allenamento. Il mio primo allenamento si svolse in un grande salone sopra il cinema Excelsior, correndo e facendo ginnastica lungo il suo perimetro per circa un'oretta.
Finalmente avevo conosciuto di persona un vero allenatore!
Tornai a casa e raccontai il fatto a mia madre che mi disse che era segno del destino.
Man mano che si giocavano le partite conoscevo sempre di più il ''personaggio'' Giovanni.
Durante l'intervallo della partita, al posto di una bevanda calda, sbucciava due arance, comprate da lui, dandocene una fetta per ciascuno che, a volte, non bastavano per tutti.
Giovanni era un puro e una persona corretta. Un figlio, Epimerio, giocava in porta in un'altra squadra e un giorno gli dissi: ''Giuvà, tu che hai lanciato tanti ragazzi e che hanno fatto carriera anche in squadre importanti, perché non lo fai giocare nella tua squadra per poi ''lanciarlo''?
Mi rispose: ''Mi dicono che promette, ma io non lo so, ed è meglio che giochi con altre squadre per non far dire alla gente che è un raccomandato'' Questo era Giovanni.
Effettivamente riuscì a ''lanciare'' un giocatore, Barone, un'ala destra che andò a provare a Torino con la Juventus, dove rimase un anno, per poi tornare a Pescara. Barone giocò nel Pescara dal 1960 al 1965 collezionando 103 partite.
Giovanni Mantini da allenatore dei ragazzi passò a fare il massaggiatore di squadre di promozione della regione, Piano d'Orta, Torre de' Passeri, Montesilvano, e altre.
Per chi non lo sapesse racconto un aneddoto che lo riguarda.
Soleva mettere un annuncio sui giornali: ''Ex giocatore del Pordenone cerca squadra sia come allenatore e sia come massaggiatore''. Diceva che quando era militare a Pordenone aveva giocato da attaccante nella squadra locale.
Io lo prendevo un po' in giro dicendogli: '' Ma quando mai hai giocato col Pordenone?''
Senza perdere tempo, tirava dal portafoglio una sua vecchia fotografia, dove si notava lui con la maglia da gioco e col numero 9 sul petto. ''Giuvà, hai messo la maglia alla rovescia?'' e lui rispondeva: ''Come facevano a sapere che ero un attaccante se non si vedeva il numero?'' E' stato, quindi, un precursore di una cosa attuale senza saperlo. Adesso i giocatori per meglio essere riconosciuti portano il numero oltre che sulla schiena anche sul petto e sui bordi del pantaloncino.
Finora ho ah!..m'arcordato l'aspetto sportivo di ''Giuvann scillone'', ma è interessante ricordare anche l'aspetto privato. Non ha mai avuto un lavoro a tempo determinato, forse riscuoteva qualche piccola pensione, ma era sempre col sorriso sulle labbra e propenso al dialogo. Gli s'inumidivano gli occhi e si commuoveva solo nel ricordare i fatti del passato. A Carnevale si mascherava da Vispa Teresa con le sue trecce bionde. Quando si avvicinava a qualche bambino, questi scappava per la paura perché invece di rassomigliare a una bella ragazza, sembrava la strega di Biancaneve. Quel suo bel nasone, ben in evidenza, non si poteva nascondere in nessun modo.
Un giorno, erano passati tanti anni per cui eravamo in confidenza e in amicizia, mi fece vedere un biglietto da visita, che portava nel portafoglio, con la scritta: Giovanni Mantini - Pittore - Decoratore - ''Giuvà che ti sei dato alla pittura? Sono belli i tuoi quadri?'' Lui facendosi una bella risata, mi rispose: ''Che dici!, pittore, vuol dire imbianchino, è più bello e suona meglio, così posso sfruttare la mia altezza senza utilizzare la scala''.
Effettivamente, superando i due metri, quando andava a imbiancare i seminterrati abitabili e gli appartamenti con i soffitti ribassati non utilizzava un accessorio che gli imbianchini, non tanto alti, dovevano per forza di cose utilizzare, la scala.
Dal 1970 stando lontano da Pescara l'ho rincontrato poche volte, ma sempre con piacere. Ti riconosceva da lontano, anche se aveva dei problemi a un occhio, e incominciava a sorridere come se stesse per ricevere un bel regalo. L'incontro di un amico per lui era tanto e lo gratificava.
Nel 1995, in occasione della punzonatura del Trofeo Matteotti nella scuola di via Cavour, l'ho visto in tenuta da ciclista e l'ho apostrofato: ''Giuvà che hai abbandonato il calcio per darti al ciclismo?''
Lui mi ha risposto: ''Mi diverto a correre per una squadra amatoriale di Pescara, perché il calcio attuale non fa più per me. Troppi, troppi interessi''. E continuando, con falsa modestia, terminò: ''Non rassomiglio un poco a Coppi?''. Gli ho risposto: ''Sì, ma solo per il tuo naso, visto di profilo''. Giuvann , scuotendo la testa e sorridendo mi strinse la mano per salutarmi. Non l'ho mai più visto e queste sono state le sue ultime parole, anche perché, da allora, non ho più avuto occasione di rincontrarlo. Era stato tradito da uno sport, il calcio, che aveva tanto amato e per il quale spesse volte aveva trascurato la propria famiglia. La moglie era bella signora. Da mio fratello ho avuto la triste notizia della sua morte che mi ha tanto addolorato. Se n'è andata una persona gentile, allegra, rispettosa del prossimo e con il cuore da bambino. Solo chi riesce a mantenere il cuore da bambino potrà godersi la vita non conoscendo a fondo la cattiveria del genere umano.
Spero che nel nuovo posto, dove è andato abbia trovato una squadra di calcio o di ciclismo con la quale si possa trovare bene e a suo agio anche con una fettina di arancia. Giuvà sei stato un mito per quelle persone che ti hanno conosciuto. Ti mando un caro saluto......Germano, anzi Gravì come mi chiamavi.