21/11/2013

L'ELEFANTINO TRISTE di Stefano Leone
Vicentino Michetti ce l'ha mise tutta. La sua sapiente arte della scultura fu esaltata da quest' opera che gli commissionò un eminente e ricchissimo emiro arabo. Ma lui, il Maestro non poteva sapere e, quella proboscide riversa verso il basso condannò l'opera a non raggiungere mai la residenza dell'emiro. Perché? Il motivo è stato rivelato dal giornalista e scrittore Gianni Lussoso, in uno dei suoi ultimi libri pubblicati nel quale, rivela Lussoso, che secondo la cultura di quell'emiro, la proboscide riversa in basso è indice di sventura e sfortuna quindi rifiutò l'elefante che non ebbe modo di godere di ambienti faraonici e trattamento da Re pur se inanimato. Rimase, dunque, a Pescara e venne posto in piazza della Rinascita, (detta pomposamente Salotto ma...), a dire il vero in posizione piuttosto defilata. Il primissimo periodo di vita, del Dumbo di casa nostra, fu passatempo per frotte di bambini e immagine da immortalare come fosse un Romeo sotto la finestra di Giulietta. Poi, il tempo, ha fatto crescere quei bambini oggi adulti, ha fatto cambiare la voglia di immagini da immortalare e, i nuovi bambini non hanno più trovato interesse per l'elefantino. Lasciato sempre più solo, oggi è l'emblema della tristezza e della solitudine. Morso dalle intemperie, azzannato dalla inclemenza del tempo che passa, l'elefante giace scolorito e smangiucchiato, sempre in quel posto. Nessuno più lo guarda. Niente più foto ricordo. Solo chi si isola da sé stesso e dal prossimo è veramente solo ma lui, l'elefante, solo non avrebbe voluto starci ma non conosceva l'aforisma che Ovidio ha lasciato ai posteri: ''Molti ti saranno amici finché sarai felice, ma quando verrà il brutto tempo, resterai solo.
s.l.