IL 15 OTTOBRE DEL ''67 MORIVA GIGI MERONI E INIZIAVA LA LEGGENDA SENZA FINE (F. TACCIA).
15/10/2013

Meroni: Luigi, 7. Una volta, non so se si usa ancora, prima di ogni partita di calcio, quando le squadre si presentavano
dall'arbitro per i rituale ''riconoscimento'', il direttore di gara leggeva sulla ''distinta'' il cognome del calciatore e questi rispondeva pronunciado il proprio nome di battesimo e, mostrando le spalle, dicendo il numero che portava sulla maglia.
Quella maledetta domenica di 46 anni fa, il 15 ottobre del 67, Gigi Meroni si sarebbe presentato per l'ultima volta nello spogliatoio dell'arbitro, sempre con la maglia granata, sempre con i calzettoni ''calati'', sempre con i capelli appena più lunghi del normale, se vogliamo, ma che all'epoca, bastavano ed avanzavano per farlo definire ''capellone''.
Su Meroni è stato detto e scritto di tutto e di più, perchè quella che per lui era solo naturalezza, libertà di esprimersi senza remore sia col pallone tra i piedi, sia nella vita di ogni giorno, ha fornito materiale in abbondanza a giornalisti, scrittori, critici, e non parliamo degli amanti del calcio. Questi ultimi rigorosamente divisi tra ''torinisti'' e non (me compreso, juventino per via di Sivori e Charles) ma tutti altrettanto rigorosamente uniti dall'ammirazione per questo scricciolo che con il pallone tra i piedi mandava in crisi chiunque se lo trovasse davanti. Tra i tanti soprannomi, forse il più azzeccato è stato quello che lo definiva ''il 5° dei Beatles'', benchè dovesse dividerlo con un altro poeta del calcio, Geoge Best, diverso in tutto ma ''gemello'' nel rapporto con la sfera di cuoio.
Era eccentrico, assolutamente disinvolto, sia mentre ''uccellava'' un terzino con l'ennesiam finta, sia mentre girava per Torino indossando abiti sartoriali dalla foggia assolutamente fuori dei canoni e che lui stesso creava sulla carta, per la ''tortura'' del sarto che doveva dargli forma.
A rendere il personaggio ancor più particolare anche un'altra sua passione, la pittura, che lo spingeva a rifugiarsi nella sua ''mansarda'' quasi a completare anche con le mani le pennellate che già aveva disegnato sul campo.
Una vita brevissima e piena di episodi in qualche modo profetici, spesso con le cupe tinte del dolore e del lutto.
Come quando, diciannovenne, venne venduto dal Genoa al Toro di Orfeo Pianelli, cosa che provoco' l'ira funesta di ''mister'' Santos, suo allenatore nella squadra ''genoana''. Saputo della cessione, Santos, in vacanza in Spagna con la famiglia, si mise al volante per tornare precipitosamente a Genoa per protestare. Non ci riuscì perchè perse la vita in un tragico incidente.
Per non parlare dell'episodio che gli costò la vita, talmente incredibile da sembrare uscito dalla mente di Hitchcock; travolto da un' auto guidata dal diciannovenne Attilio Romero, tifoso del Toro e con la foto di Gigi appiccicata sul cruscotto della macchina. Romero, che spesso veniva addirittura scambiato per Meroni, visto che faceva di tutto per somigliargli, anni dopo sarebbe diventato presidente della squadra granata. Da non credere. Fin qui la storia, sintetica, di una vita troppo breve.
La leggenda invece continua, di pari passo con quella della squadra adorata in tutto il mondo, quel Grande Torino di cui l'ineguagliabile Gigi Meroni, tanti anni dopo Superga, avrebbe indossato la meravigliosa casacca granata, tanto brevemente sui campi di calcio qui sulla terra per quanto eternamente lassù, nei terreni di gioco sopra le nuvole.


Franco Taccia