I ROSSOBLU RIPARTONO E L'AQUILA VOLA SEMPRE PIÙ IN ALTO. (FRANCO TACCIA)
24/07/2013

L'Aquila calcio si appresta ad affrontare l'ennesima avventura, in Prima Divisione, di fatto la terza serie di una volta.
Le sensazioni sono buone, anzi più che buone e lo dico malgrado non abbia grande simpatia per ''qualcuno'' che fa parte della struttura societaria, cosa che mi spinge ad essere estremamente cauto.
La squadra a questa prima divisione ci è arrivata grazie ad un miracolo targato in primo luogo Pagliari e realizzato grazie alla prova d'orgoglio di quelli che poco prima venivano considerati peggio dei soldati del film ''quella sporca dozzina'' ma che sotto la guida di un allenatore vero hanno mostrato di non essere dei brocchi o dei parassiti, Caso mai, si doveva agire prima per evitare che certe cose accadessero, e speriamo serva di lezione.
Le cose buone comunque si intravedono e contribuiscono a stendere un velo di ottimismo che non guasta, anche se non deve tradursi nel condividere supinamente tutto quel che passa il convento, ovvero assecondare anche le corbellerie per paura di inimicarsi qualcuno. La verità va sempre cercata, detta ad alta voce, mai nascosta, proprio per aiutare chi è al centro dell'attenzione.
Dicevamo delle cose buone. Intanto il ''ritiro'' in una struttura di primo livello da serenità ai ragazzi e fiducia all'ambiente del tifo, testimone in anni passati di ''sacrifici'' al limite dell'indigenza, con calciatori trattati come peggio non si sarebbe potuto. Per gente che proviene anche da club di un certo livello, il trauma innegabile del cambio di categoria viene addolcito e addirittura annullato se un ragazzo percepisce di trovarsi in un ambiente serio e organizzato.
Fare nomi è fuor di luogo ma è certo che veder gente che magari l'anno prima era allenata da Alberto De Rossi fa piacere anche a chi come me vede sempre il bicchiere mezzo vuoto o che certe volte non vede proprio alcun bicchiere.
Questa è una strada che andava intrapresa da tempo, da anni ed anni, e non è mai stata percorsa perchè per trattare con società di livello superiore non basta che qualche scribacchino dica che tizio è amico del tal presidente o compagno di asilo del tale responsabile tecnico. Contano i fatti, il comportamento, il rispetto. Quindi niente chiacchiere e tanti fatti, appunto.
Infine due parole per due argomenti vitali. Vivaio (e settore giovanile) e stadio nuovo.
Partendo dalla fine, dico che non so dove prendere la fiducia che altri ostentano, perchè passando tutti i giorni nei pressi dello Stadio Italo Acconcia ( cominciamo a chiamarlo come si ''chiama'' davvero evitando il vecchio appellativo che fa pensare a tutt'altro) non riesco a notare grossi passi avanti. Sarò scettico per natura ma mi torna sempre in mente Pian di Massiano a Perugia, stadio Renato Curi, fatto in tre mesi ma da una ''vita''. Diamoci una mossa, anzi, che si diano una mossa e non parlo di Chiodi che ha fatto fin troppo.
Secondo peso sullo stomaco. Il settore giovanile, e mi dispiace se a qualcuno darà fastidio quel che dico (dovrà tenersi il fastidio, temo) si realizza seguendo un percorso complesso di cui non vedo tracce.
Spero di sbagliarmi perchè è indispensabile per far vivere una società come la nostra. Per capirci, per la contingenza immediata vanno benissimo i giovanotti delle Beretti di A o B ( presi perchè bravi e solo per quello) ma dopo tocca attrezzarsi con una programmazione a 3/5/7 anni per partire dalle ''creature'' che si avvicinano al pallone solo per diletto, farle crescere e riuscire a tirar fuori gente che a 18 anni abbia almeno una buona struttura fisica, tecnica accettabile e sopratutto sia stata tirata su da tecnici che siano in primo luogo maestri sotto il profilo psico/educativo. Se uno viene dalla giovanile del Vattelapesca in Brasile, dove la zia gli pagava il ''soggiorno'', non serve a nulla.
Nel circondario aquilano ci sono centinaia e centinaia di ragazzini, moltissimi magari non diventeranno mai fenomeni, ma vogliamo provare a farne esordire almeno uno all'anno in prima squadra, dopo averlo visto crescere qui da piccolino, e non ritrovarci all'improvviso gente che seppure indigena, a 19 anni non si è fatta neppure un campionato da titolare in eccellenza? Per fare questo, prima necessità è il campo, poi lo staff, tecnico e societario, gente che ci capisce davvero. Aggregare le squadre minori, risvegliare il legame con la città Capoluogo, far si che i bambini sognino di indossare da grandi la maglia più bella del mondo, quella rossoblu.