SULLA RETROCESSIONE DELL'AQUILA RUGBY (GIANNI LUSSOSO)
17/05/2013

Scrivo questa nota sull’Aquila Rugby perché l’amico e collega di tante battaglie sportive, Dante Capaldi, mi ha chiesto un intervento sull’accaduto. Lo faccio, anche se a distanza di giorni, dopo aver voluto somatizzare l’accaduto e scrivere libero dalla umoralità del momento vissuto e sofferto.
Premetto che sono anni che non seguo da giornalista le vicende dei neroverdi, impegnato come sono nel calcio, ma la mia passione cominciata negli anni Sessanta, i ha portato ad essere sempre attento alle vicende societarie e dei campionati giocati dall’Aquila Rugby. Ho vissuto la partita finale in TV.
A pochi secondi dalla fine L’Aquila era ancora in vantaggio di un punto, con possesso palla quando il mediano Callori calciava e il pallone veniva intercettato dai parmigiani che segnavano la meta con Violi e si aggiudicavano l’incontro, aggiungendo la trasformazione dello stesso Violi. Risultato finale di 21 a 15.
Sono rimasto di sasso come tutti gli appassionati abruzzesi.
L'ultima retrocessione dell'Aquila risaliva alla stagione 2006-'07, quando i neroverdi furono penalizzati per aver schierato contro il Gran Parma un giocatore di “formazione italiana” in meno rispetto a quanto previsto. Quella retrocessione a tavolino arrivò dopo 42 anni consecutivi di militanza nella categoria più importante.
Ma questa retrocessione è ancora più amara perché ci sono delle sensazioni che mi fanno vedere oltre e dire che, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
Rivedendo le immagini di quei momenti, estrapolandoli dalla mia personale registrazione dell’evento, noto con sempre maggiore senso di fastidio che la meta dei Crociati è venuta durante i tre minuti di recupero decisi dall'arbitro Falzone e dai suoi collaboratori.
Tre minuti concessi quando il tempo reale era stato completato e non c’erano, o perlomeno io non riesco ancora a capire i motivi di quei tre minuti dannati di recupero concessi. Tre minuti dati quando la partita era realmente terminata al 40’ e 35'' del secondo tempo e l'Aquila era in vantaggio per 15-14 ed aveva vinto; quindi si era salvata!
Una sconfitta amara, difficilmente accettabile, ma che condanna dopo tantissimi anni gli aquilani a rivedere la loro realtà rugbystica in una dimensione inferiore.
Non sta a me, ancorché innamorato dei colori neroverdi, cercare i motivi che hanno portato l’Aquila a giocarsi negli ultimi ottanta minuti la categoria, ci sono ben altri cronisti e ben altre penne demandate a farlo, ma mi resta in gola un grido strozzato di condanna verso chi in tempi utili non ha messo in atto tutte le strategie possibili per far sì che questa retrocessione non avvenisse. Non me ne vogliano gli aquilani e non dicano che non sono autorizzato ad entrare nelle loro vicende sportive, lo faccio in punta di piedi e chiedendo scusa, ma sono sostenuto dal profondo amore che ancora nutro verso l’Aquila Rugby che ho seguito, da inviato del Messaggero, insieme a Bruno Vespa, inviato del Tempo, nel suo primo glorioso scudetto: una retrocessione non è figlia di una sola partita, l’ultima, anche se ci sono, come scritto prima, diverse situazioni che ritengo colpevolmente dannose nei confronti della squadra aquilana, e che chiamano in causa Falzone e i suoi collaboratori, ma chiama in causa l’atteggiamento di tutto il direttivo e di coloro che non hanno saputo pretendere, anche dagli Organi Federali, il rispetto che l’Aquila meritava e merita per aver scritto con il suo sacrificio, pagine auree nella storia del Rugby Italiano.
Ora è A1. Se l’esperienza negativa fatta ha insegnato qualcosa, i dirigenti aquilani si ricompatteranno e ritorneranno in breve tempo nella sfera che più compete loro per tradizione, classe e valori di una scuola che onora il rugby nazionale.