RICEVIAMO DA DANTE CAPALDI, E PUBBLICHIAMO, UN RICORDO DEL PROFESSOR FABRIZIO RAVAGLIOLI
03/05/2013

Caro professore,
vorrei parlare ancora con lei e non vorrei parlare di lei. Lei se ne è andato e noi siamo rimasti soli, senza maestri e senza istruzioni sull’avvenire. Non avrei mai voluto scrivere queste poche righe ma sapevo che prima o poi sarebbe accaduto. Ma allora è questo il momento per dirle quanto le devo, quanto le dobbiamo. Come per i nostri genitori, di solito ci si dimentica di ringraziare coloro a cui si deve quasi tutto. Gli si chiede soltanto di continuare ad esistere. Ma ora è venuto il momento per ringraziarla.
Grazie professore per quello che ci ha insegnato. E’ impossibile restituire tutto quello che ho ricevuto. Da quando la incontrai trent’anni fa non ho mai smesso di ammirarla e di seguirla. Sapevo che ammirare significa eguagliare ma mi sono subito accorto che lei era ineguagliabile e irraggiungibile. Lei comunque ci precedeva e rappresentava un indispensabile segnavia per autori e idee. Lei era un fuoriclasse, un outsider, era così originale e creativo che eclissava ogni altro docente. Dopo aver ascoltato lei, tutti gli altri mi sono sembrati superficiali. Uso nei suoi confronti le stesse parole con cui lei commemorò un grande maestro che le era caro, parole che le sentii pronunciare proprio il giorno in cui la conobbi di persona, “era troppo intelligente per potersi soltanto interessare alle cose e alla cultura”.
Grazie professore, non solo per quello che ha insegnato a me, come ha insegnato a tanti altri anche attraverso i suoi libri, ma grazie per come me lo ha insegnato. In questo strano viaggio che è la ricerca e in questo improbabile mestiere che è la docenza universitaria lei mi ha mostrato un modo unico di affrontare temi e problemi, una segreta fedeltà alla conoscenza. Seguire una via solitaria, impervia ma affascinante, una via in cui l’apparente sconfitta sprona la radicalità del cercare preannunciando una più grande nobiltà dello spirito. Perché, come mi disse un giorno, chi vince smette di pensare. Per questo ho scritto e continuerò a scrivere sotto il suo sguardo, chiedendomi cosa ne penserebbe lei e come affronterebbe la questione.
Lei è stato un cavaliere solitario della cultura, un avventuriero dello spirito. Uno scettico rivoluzionario conservatore in un periodo in cui tutti si schieravano dietro il conformismo e salivano su treni vincenti che garantivano prebende e carriere. Lei era solo ma non isolato perché in compagnia dei grandi autori e di pensieri che non tramontano. Era solo ma non se ne lamentava perché sapeva, con il suo Nietzsche, che non ci si deve stupire se in certi sentieri non si incontra nessuno perché si è i primi a percorrerli.
In tutti gli incontri, in tutte le sue infinite lezioni a cui ho assistito, alle conferenze e ai convegni, nei tanti viaggi fatti assieme in questi lunghi anni di frequentazione non abbiamo mai parlato del tempo e non le ho mai sentito fare dei discorsi di circostanza. In questa triste circostanza vorrei anch’io evitare comunque un discorso di circostanza. Una cosa che mi ha sempre colpito era la tensione intellettuale che lei metteva nei suoi discorsi, siano stati essi lezioni rivolte ad un piccolo gruppo di studenti oppure conferenze importanti al cospetto di illustri colleghi. La stessa identica tensione, la stessa forza provocatrice. Me ne uscivo sempre con l’idea che dovevo studiare di più, approfondire di più, capire di più. Ho visto incarnato in lei quello che dovrebbe essere il lavoro scientifico ed intellettuale come professione, la serietà e l’impegno continuo nella ricerca, avendo come solo criterio l’onestà intellettuale. Lei è stato un grande studioso, ha aperto strade nuove alla ricerca pedagogica che ci aspettano ancora al futuro con una originalità e preveggenza cui dovremo dare il posto che merita nella Storia della Pedagogia e non solo. Lei è stato sotto molti aspetti un vero e proprio maestro del pensiero. Voglio così rendere omaggio ad un pensatore per la luce che mi ha trasmesso senza nessun obbligo, tranne quello del pensare.
Stare vicino a lei è stato un privilegio. La sua immensa cultura e il modo originale di percorrere gli sconfinati campi della conoscenza così come il pozzo senza fondo del passato, sono stati un esempio ineguagliabile. Lei non è mai stato un maestro pedante pur essendo comunque molto esigente. Non ha mai chiesto corvée umilianti né si è piegato mai alla politica accademica, rifiutandone in radice la miseria e la povertà. Ha rifiutato la tirannia amministrativa di cui sta morendo la nostra università e il conformismo culturale autodistruttivo che stanno spingendo le nostre discipline verso l’irrilevanza.
E’ strano, anche in questi ultimi dolorosi anni, pur colpito dalla malattia, l’ho sempre visto vivo, creativo e mai arreso. Per me lei era e rimarrà sempre giovane, era e sarà sempre il brillante maestro che ho conosciuto la prima volta.
Se commemorare è anche un’occasione per riflettere, mi viene in mente una frase del suo amato Max Weber, che lei citò non solo come riferimento culturale ma con il tono di una sua personale convinzione, “la cultura è una sezione finita dall’infinità priva di senso del divenire del mondo, alla quale è attribuito senso e significato dal punto di vista dell’uomo”. La mia speranza è che lei sia approdato infine al Senso, ad un Senso con la lettera maiuscola. Non so dove sia andato ora. Spero che, dopo aver attraversato il grande cono d’ombra della morte, lei sia arrivato in un luogo pieno di luce e di sole. Quel sole che le era amico. Un luogo di Verità.
La morte di un maestro vuol dire fine delle risposte, il sapere che diventa inutilizzabile. La disperazione è grande: a chi ormai potrò fare domande? Certo c’è la memoria culturale. Essa terrà sempre nella mente i suoi insegnamenti. I suoi libri sono e saranno fonte incessante di ispirazione. Ma oltre la memoria c’è il ricordo. Ricordare è tenere nel cuore. So che a lei la confusione degli affetti e dei concetti non piaceva, ma non posso tacere in questo momento il grande affetto che ho provato per lei che fa tutt’uno con il grande dolore che mi stringe il cuore in questo momento assieme ai suoi familiari e ai suoi amici. Ma io so che, dopo il tempo del dolore e del rimpianto, del vuoto, giungerà il tempo della riflessione, quello in cui la notte finisce e la tristezza lascia il posto alla gioia di sapere che lei è stato una bellissima eccezione e noi siamo orgogliosi di esserle stati accanto. Non cesseremo mai di essere suoi allievi. Come scrisse Heidegger, un filosofo che lei amava, Denken ist danken, “pensare è ringraziare”, grazie professore.
RANIERO REGNI
Ordinario di Pedagogia Sociale
Università Roma LUMSA