FRANCO TREQUADRINI: CON L'AQUILA È VENUTA GIÙ ANCHE UNA SALVIFICA PATRIA DELLO SPIRITO...
07/04/2013

Oggi ricorre il quarto anniversario del sisma che ha distrutto la città dell’Aquilaalloggiati in una delle . Stamattina RAI 1 ha mandato in onda un servizio di una tristezza che ancora risuona dentro: degli anziani (neanche tanto) new towns hanno detto che quell’ambiente, immaginandolo circondato da un filo spinato, è perfettamente somigliante a un campo di concentramento. Stessa solitudine irreale, stesso silenzio, e uomini tristi e sfiduciati intabarrati nelle giacche a vento intorno a un campo di bocce rimediato alla men peggio tanto per passare un po’ il tempo sentendosi meno soli giacchè manca uno spazio per incontrarsi e socializzare. Dopo ben quattro anni. Alla distruzione materiale succede il disfacimento dell’anima, lo svanire della vita che si era svolta nel centro storico più esteso d’Europa, in una città grande e piccola che teneva raccolte accanto prodigiose opere di architettura e umili botteghe, attori, musicisti con orchestre e artigiani che erano così come li avevamo visti rappresentati nelle poesie di Raffaello Biordi e negli stornelli popolari: s’è fatto notte alla puteca/e ju mastru strilla che s’è fatta corta la jornata:/ma s’è fatta corta po’ che?/ju cazzu che te frèca, e sotto i portici incontravi Maestri come Nicola Ciarletta e i vari popolani dal nome Cianfrino… Viva, vociante, variopinta, scanzonata e ironica, e triste, con una sua segreta finezza che si addensava nell’odore dei tigli che ti veniva incontro dai viali nelle sere fresche di primavera. Tutto questo ora non c’è più: sepolto, irrimediabilmente sepolto sotto il fango che circonda le “casette di Berlusconi”, e nelle strade del centro par di sentire come una antica dolorosa nenia la canzone L’Aquila bella mè, tu che me sci vistu nasce, tu che me sci vistu cresce, te vojio revedè…
Vivo adesso in un luogo che non è stato insultato dal terremoto, eppure le vie sono ugualmente morte, deserte, la gente non si incontra, non socializza. E’ la crisi, si dice. La gente non ha voglia di uscire perché non ha soldi per comprare le cose esposte nelle vetrine che ancora cercano di non spegnersi, ma secondo me il fenomeno è iniziato prima. A mio avviso è iniziato con la globalizzazione che ha trasformato quasi con una forza cieca e spietata i nuovi luoghi in non-luoghi, portando le jeanserie e le banche dov’erano una volta le botteghe, le librerie, i cinema. Qualcosa del genere si era vista anche all’Aquila quando lo storico Bar Scataglini, che ogni sabato pubblicava gli elenchi dei giocatori convocati per la partita di rugby della domenica, cedette il passo a un negozio “grandi firme”, ma tutto sommato L’Aquila teneva ancora. Questa tenuta, però, è stata spezzata dal terremoto. Questo spiega lo straniamento doloroso dei giocatori di bocce di cui sopra: gli aquilani non si rassegnano perché L’Aquila non era ancora così; la sua fiera identità, l’orgoglio del suo sentimento municipale, faceva ancora sentire agli abitanti il legame col territorio che la politica un po’ dovunque ha disperso.
Con L’Aquila è venuta giù non soltanto una splendida città medievale, ma anche una salvifica patria dello spirito, e questa nessuno potrà restituircela mai.
Franco Trequadrini