SUCCESSO DELLA CONFERENZA DI DANTE CAPALDI SU ''DA COLLEMAGGIO AL MASCHIO ANGIOINO '': I 107 GIORNI DEL PONTIFICATO DI CELESTINO V.
09/02/2013

Grande successo della conferenza del giornalista scrittore Dante Capaldi sul tema: ''Da Collemaggio al Maschio Angioino '': I 107 giorni del Pontificato di Celestino V attraverso i luoghi che con i suoi monaci benedettini attraversò prima di arrivare a Napoli passando per Sulmona, Castel di Sangro, Isernia, Venafro, Montecassino, Napoli dove poi il 13 Dicembre 1294 si dimise da Papa considerando il potere un vero servizio e non un privilegio.
La conferenza è stata organizzata dall'associazione docenti di Geografia la cui Presidente è la professoressa Agnese Petrelli.
A seguire la dotta esposizione di Dante Capaldi c'erano anche personalità aquilane tra cui la scrittrice Anna Ventura, moglie del critico Fausto Ianni e tanti di Pescara che non conoscevano il personaggio Celestino V e che si sono congratulati al termine con Dante Capaldi che, dopo il dibattito, ha regalato molte Riviste vecchie e il filmato proposto ha reso ottimamente il suo discorso.
Per brevi cenni riassumiamo ciò che il relatore Capaldi ha illustrato con maestria ricordando che quest'anno, il 19 Maggio, ricorre il settimo centenario della Sua santificazione avvenuta nel 1213 cioè dopo soli 17 anni dalla Sua morte.
San Celestino V, al secolo Pietro Angeleri, detto Pietro del Morrone è stato il 192° vescovo di Roma e Papa italiano dal 29 agosto al 13 dicembre 1294.
Fu consacrato e incoronato ad Aquila (oggi L'Aquila) il 29 agosto del 1294 nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, dove è sepolto.
Il 28 aprile 2009 papa Benedetto XVI visitando la basilica duramente colpita dal terremoto del 6 aprile pose sulla sua urna il suo pallio pontificio in ricordo della visita.
Celestino V fu uno dei pochi, come San Clemente I e Gregorio XII, a rinunciare al papato, dimettendosi e non rinunciando per “viltade” come alcuni continuano a credere, mal interpretando il verso di Dante che, molto probabilmente, si riferisce a Pilato e non a Celestino.
È venerato come Santo dalla Chiesa cattolica che ne celebra la festa liturgica il 19 maggio. È patrono di Isernia e compatrono dell'Aquila, di Urbino e del Molise.
La sua appartenenza monastica iniziale, con alta probabilità, fu quella cistercense. Ciò gli diede la possibilità di essere ordinato sacerdote a Roma, quando lasciò l'abbazia e si recò nell'eremo di un monaco cistercense di Fossanova. Altro indizio della sua appartenenza iniziale all'Ordine monastico dei monaci bianchi (i benedettini erano detti i monaci neri), è dato dalla scorta ricevuta dei cavalieri bianchi, i Templari, vicinissimi all'Ordine Cistercense, di ritorno dal Concilio di Lione, dove, molto probabilmente, ebbe udienza dal papa sostenuto nella richiesta della conferma della Regola del nuovo Ordine per l'appoggio ricevuto sia dall'Ordine di origine, i Cistercensi che dai Cavalieri Templari.
Da giovane, per un breve periodo, ebbe a soggiornare presso il monastero di Santa Maria in Faifoli, già antica abbazia basiliana latinizzata dopo la conquista normanna. L'arcivescovo Capodiferro di Benevento nel 1276 l’affidò a Pietro del Morrone. La chiesa abbaziale, tra le dodici della diocesi di Benevento, era una delle più importanti. Sotto la guida di Pietro l'abbazia tornò a prosperare e ad essere difesa dalla rapacità dei signorotti del luogo. Quando Pietro la lasciò, il suo successore, fra' Filippo, con i suoi monaci, non fu altrettanto energico e nel 1285 fu abbandonata del tutto.
Pietro mostrò una straordinaria predisposizione all'ascetismo e alla solitudine, ritirandosi nel 1239 in una caverna isolata sul Monte Morrone, sopra Sulmona, da cui prese il denominativo. L'Ordine Cistercense permetteva ai suoi monaci di vivere anche la forma eremitica: questo spiega la libertà con cui Pietro potè lasciare la vita comunitaria conventuale e ritirarsi in solitudine.
Qualche anno dopo si trasferì a Roma, dove studiò fino all'ordinazione sacerdotale, forse presso un monastero cistercense. Lasciata Roma, nel 1241 ritornò sul monte Morrone negli Abruzzi, in un'altra grotta, presso la piccola chiesa di Santa Maria di Segezzano. Cinque anni dopo abbandonò anche questa grotta per rifugiarsi in un luogo ancora più inaccessibile sui monti della Maiella, sempre negli Abruzzi, dove visse nella maniera più semplice che gli fosse possibile.
Si allontanò temporaneamente dal suo eremitaggio di Morrone nel 1244 per costituire una Congregazione monastica che venne riconosciuta da papa Gregorio X come ramo dei benedettini, denominata ''dei frati di Pietro del Morrone'', che professavano la vita eremitica. Ebbe la nascita nell'Eremo di Sant'Onofrio al Morrone. In seguito avrebbe preso il nome di Celestini (sigla O.S.B. Cel.). Essi indossavano l'abito bianco con cocolla nera, come i Cistercensi.
Nell'inverno del 1273 si recò a piedi in Francia, a Lione, ove stavano per iniziare i lavori del Concilio di Lione II, per impedire che l'ordine monastico da lui stesso fondato fosse soppresso. La missione ebbe successo poiché grande era la fama di santità che accompagnava il monaco eremita.
I successivi vent'anni videro lo sviluppo della sua vocazione ascetica e di fondatore, fino alla prevedibile conclusione della sua vita. Ma un fatto del tutto inaspettato stava per accadere.
Alla morte di papa Niccolò 4° il Conclave non riusciva a mettersi d’accordo sulla scelta del nuovo papa e dopo tante vicissitudini dopo ben 27 mesi, emerse dal Conclave, all'unanimità, il nome di Pietro Angeleri.
La notizia dell'elezione gli fu recata da tre vescovi, nella grotta sui monti della Maiella, dove il monaco risiedeva. Sorpreso dall'inaspettata notizia, egli, forse anche intimorito dalla sublimità della carica, inizialmente oppose un netto rifiuto che, successivamente, si trasformò in un'accettazione alquanto riluttante, fata soltanto per dovere d'obbedienza al volere del conclave.
Appena diffusa la notizia dell'elezione del nuovo pontefice, Carlo d'Angiò si mosse immediatamente da Napoli e fu il primo a raggiungere il monaco. In sella ad un asino tenuto per le briglie dallo stesso re e scortato dal corteo reale, Pietro si recò nella città di Aquila (oggi L'Aquila), dove aveva convocato tutto il Sacro Collegio. Qui, nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio, fu consacrato vescovo e poi, sul piazzale antistante, davanti ad una folla innumerevole, incoronato il 29 agosto 1294 con il nome di Celestino V.
Si tratta della prima ma non unica incoronazione di un papa al di fuori di Roma. Anche il papa Urbano IV fu incoronato fuori da Roma, ossia a Viterbo, ed anche lui, come papa Celestino V, non era cardinale quando fu eletto papa. La incoronazione all’Aquila avvenne per imposizione del re Carlo II D'Angiò, astuto calcolatore, che anteponeva spregiudicatamente il proprio tornaconto a ogni situazione.
Il Pontefice era del tutto sottomesso al suo volere e in data 5 novembre 1294 fu pure costretto a stabilirsi nel Maschio Angioino di Napoli.
Infatti, il nuovo pontefice fu, di fatto, sequestrato dal re angioino che ne fece un inconsapevole e prezioso strumento dei suoi maneggi politici.
Uno dei suoi primi atti ufficiali fu la pubblicazione della cosiddetta Perdonanza, bolla che elargisce l'indulgenza plenaria con la remissione a culpa et poena a tutti coloro che, confessati e pentiti dei propri peccati, si fossero recati nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, nella città dell'Aquila dai vespri del 28 agosto al tramonto del 29, festa di san Giovanni Decollato. Fu così istituita la Perdonanza, celebrazione religiosa che anticipò di sei anni il primo Giubileo del 1300, ancora oggi tenuta nel capoluogo abruzzese. Celestino ricalcava nelle modalità e nelle finalità il Perdono di Assisi, già ottenuto da san Francesco di Assisi per la Porziuncola concessa nel 1216 da papa Onorio III a tutti i fedeli, su richiesta del Poverello per il giorno 2 agosto.
In pratica Celestino V istituì a Collemaggio, solo per un giorno, un prototipo del Giubileo, che il suo successore, Bonifacio VIII, estese a tutta la Chiesa cattolica per un anno intero.
Il nuovo Pontefice si affidò nelle mani di Carlo d'Angiò, nominandolo ''maresciallo'' del futuro Conclave. Ratificò immediatamente il trattato tra Carlo d'Angiò e Giacomo d'Aragona, mediante il quale fu stabilito che, alla morte di quest'ultimo, la Sicilia sarebbe ritornata agli angioini.
Circa quattro mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi per dissuaderlo avanzati da Carlo d'Angiò, il 13 dicembre 1294 Celestino V, nel corso di un concistoro, diede lettura di una bolla, appositamente preparata per l'occasione, nella quale si contemplava la possibilità di un'abdicazione del Pontefice per gravi motivi. Dopo di che recitò la formula della rinuncia al Soglio Pontificio e dette le dimissioni. (Gianni Lussoso)