L’AQUILA IN UN’ALTRA VITA DI STEFANO LEONE
20/01/2013

In un’altra vita. L’Aquila ha avuto davvero un’altra vita. E, in quella vita io la ricordo, la ricordo come la lasciai alla fine degli anni '70 inizio anni '80. La portavo nei miei pensieri e nei ricordi in ogni dove nel mondo. “Ragazzi, allora ci vediamo alla colonna alle sette”, era la frase ricorrente fra i vari gruppi di amici, intendendo dire alla colonna dei portici alle 7 della sera dopo lo studio, lo sport o semplicemente un pomeriggio in casa. Si, perché ogni gruppo di amici, che si formava per frequentazione della stessa scuola oppure della stessa disciplina sportiva o, semplicemente per le passioni e interessi comuni, ogni gruppo appunto aveva una colonna ben identificata fra le colonne dei portici che, pur tutte uguali, avevano una invisibile ma netta “marcazione” territoriale e, dunque, di appartenenza. Le chiacchiere, qualche pettegolezzo, risate sincere e spensierate e qualche sfottò; c’erano tutti in quell’Aquila di quella vita, c’erano coloro i quali sono oggi politici, professionisti, impiegati, insegnanti, giornalisti, tutti. Sguardi, saluti qualche battuta e anche qualche giovanile gelosia o accenno di simpatica superbia; in quella vita c’erano i gruppi dello sport, quelli della politica e quelli del niente, ma tutti con una cristallina voglia di essere giovani con prospettive, ambizioni e aspettative. Guidati da meno giovani pratici e concreti. In quella vita si cresceva anche guardando, fermi alla colonna, i personaggi celebri di quell’Aquila; personaggi che, a vario titolo, erano icone della città che contava; alcuni simpatici altri meno ma erano comunque i personaggi di riferimento. C’erano poi le goliardie, le gelosie e, spesso, anche le maniere forti fra gruppi di quartieri diversi; i quartieri della periferia contro quelli del centro; “Valle Pretara” contro “Santa Maria di Farfa”, “Santa Barbara” contro “Piazzale Paoli”, “Via Strinella” contro “Setta” in una rivalità che a volte sfociava nelle maniere forti, appunto. Ma anche le maniere brusche, nell’Aquila di quella vita, avevano una dignità. I contendenti, anche solo per diatribe inerenti innamoramenti e tradimenti, avevano pudore e discrezione. I contendenti si incamminavano, seguiti ognuno dai propri pretoriani, verso Piazzetta Nove Martiri dove, qualche cazzotto e un paio di calcioni e tutto finiva li. Qualche livido e, al massimo qualche dente rotto in una contesa che aveva, nella sua stupida ottusità del dimostrare il più forte, la vergogna e il senso della discrezione. Mai in mezzo alla gente, in quella vita di quell’Aquila davvero speciale. Oggi, quella città non c’è più, quella vita era davvero un’altra vita. Oggi non ci sono più scazzottate di quartiere, oggi a L’Aquila si spara e si ammazza ovunque, incuranti di chi sta intorno e delle conseguenze che gesti pubblici così integralisti possono avere. Libano, Siria, Palestina o Afghanistan terre lontane eppur così simili in una vita, quella di oggi, nella quale si ammazza per strada anche a L’Aquila senza tentennamenti. Con lucida determinazione; come in quei paesi lontani. Si, lo so, ora si dirà che è un gesto isolato, che non bisogna drammatizzare, che L’Aquila è ancora, nonostante tutto, un posto sicuro, che si, il terremoto ha cambiato le cose ma tutto sommato…. Insomma, chiacchiere. L’Aquila non c’è più, tanti aquilani la guardano “da ju campusantu” e si vergognano forse di ciò che è il presente perché quando loro c’erano L’Aquila era davvero bella. In un'altra vita.