SEBASTIANI E LE CRITICHE SERVIZIO DI GIANNI LUSSOSO
09/01/2013

Come mai alcuni dirigenti si offendono quando si fa loro notare come si sono comportati, rifiutando la critica e tentando di negare l’evidenza?
E’ senza dubbio una riflessione che vale la pena di approfondire.
A prima vista potrebbe sembrare solo un problema relativo a chi riceve il giudizio negativo che, invece di accettare di buon grado la critica, si ritiene vittima di un affronto. Ma la questione è ben più complessa.
Cominciamo con il dire che ammettere i propri errori non è mai un’operazione facile perché, in generale, desideriamo essere accettati e apprezzati. Certe volte, è così grande il desiderio di apparire agli occhi degli altri in una buona luce da rifiutare categoricamente qualsiasi commento che rilevi errori e incongruenze a nostro carico. Il fatto che qualcuno porti alla luce ed evidenzi quello che noi vorremmo rimanesse nascosto, potrebbe essere interpretato come un gratuito e maligno attacco personale.
Essere giudicati ci fa sentire insicuri, suscita un doloroso senso di colpa e ci costringe ad affrontare le conseguenze delle nostre azioni, anche quando ne faremmo volentieri a meno. Per questo se qualcuno ci fa presente che abbiamo sbagliato, potremmo negare, rifugiarci dietro ad un gelido “no comment” oppure reagire con aggressività o cercare di scaricare la responsabilità su altre persone, oppure, con molta superficialità, considerare nemico l’autore della critica stessa.
Eppure le critiche, se ben comprese, diventano alleate preziose e possono migliorare la nostra vita: sono informazioni di ritorno utili (feedbacks) a modificare il proprio comportamento, in modo da raggiungere un qualsiasi obiettivo più facilmente. Servono, infatti, a evidenziare eventuali errori o impedimenti, al fine di correggerli e superarli.
Nel corso del normale sviluppo psicologico, ognuno di noi supera la posizione infantile secondo la quale il nostro punto di vista è l’unico possibile, abbandonando la convinzione di detenere il monopolio della verità. Le opinioni, cioè il modo in cui giudichiamo le circostanze dell’esistenza, possono essere più o meno utili.
Quindi, tenendo presente che la critica non equivale a un insulto, poiché si propone non già di offendere ma di risolvere un problema, essa deve essere ascoltata, capita, compresa e, se non si è d’accordo, contestata in modo civile e garbato senza chiudersi a riccio e dire: quello è un nemico ed io lo boicotto e vediamo se alla fine ho ragione io. Tutto questo perché non capisce che dovrebbe cercare di non viverle (le critiche) come un attacco personale, ma come preziose istruzioni per potenziarsi.
Chi riceve delle critiche costruttive, ragionier Sebastiani, dovrebbe cercare di non viverle come un attacco personale, ma come preziose istruzioni per potenziarsi. Dovrebbe aprirsi al confronto e fare tesoro dei feedbacks ricevuti: le critiche non sono da considerare come indice di una situazione di conflitto, ma come un indispensabile strumento di cooperazione, che ci permette, in ogni ambito, di agire sempre meglio per noi stessi e per la società sportiva che tutti amiamo pur nel rispetto dei differenti ruoli professionali.
Quando all’inizio del campionato, dopo alcune giornate di “prova” scrissi che Giovannino Stroppa non era ancora maturo per le responsabilità della Serie A e di una squadra che doveva salvarsi, il ragionier Sebastiani, invece, di analizzare la questione, disse subito che quella era una sua personale scommessa che avrebbe vinto alla faccia di chi criticava e, quando le cose si stavano mettendo davvero male, ribadì che Stroppa avrebbe avuto sempre il suo sostegno… per fortuna Giovanni decise di farsi da parte e ci salvò da una situazione che Sebastiani avrebbe resa cancerosa, calcisticamente parlando.
Quando gli dicemmo che la squadra, pur avendo preso elementi di indubbio valore e di sicuro interesse futuro, era priva di equilibri tra i reparti, invece di analizzare con i suoi fidati collaboratori la situazione, si limitò solo a definirci nemici del Pescara… Salvo poi, ammettere che ci volevano dei correttivi per salvarci…
La maturità di un dirigente sta anche nel saper accettare il ruolo del giornalista che esprime con libertà e con esperienza i suoi giudizi e non chiudersi a riccio e aprirsi solo ai cronisti comodi che gli fanno da zerbino. Questo è un modo dilettantesco di fare dirigenza che porta, alla lunga, ad annegare nello stesso brodo di giuggiole ad arte cucinato dai lecchini di turno.
Se Sebastiani, da dirigente di relativa esperienza calcistica, vuol diventare professionista, impari ad accettare le critiche e a non servirsi solo di quei pseudo addetti stampa che hanno sbagliato professione, visto che tali non sono, e che dovrebbero servire gli interessi della loro testata giornalistica e non quelli del dirigente amico.