GIANNI, GINO, CULLU': IL TRIANGOLO DELLE BERMUDA, DELLA GOLA. NOTA DI FRANCO TACCIA
04/10/2012

Girando per il centro a L'Aquila, oltre la sensazione di smarrimento per lo stato di abbandono, le erbacce che sono riuscite a crescere lungo le mura di Palazzo Margherita, l'assenza di vita, c'è qualcosa nell'aria che ti deprime ancor piu'. Non senti piu' gli odori familiari per chi ogni giorno, piu' volte al giorno, gironzolava, che fosse mattina o sera era indifferente, per i vicoli intorno alla Piazza o nella Piazza stessa. Erano decine, centinaia forse e citarli tutti è impossibile ma, per tre fra i tanti tocca fare eccezione, chiedendo perdono a tutti gli altri.
Al primo posto, peraltro a pari merito con il secondo ed il terzo, Il ''responsabile'' del consumo delle tonnellate di pezzi di pizza all'olio mangiate, pardon, divorate, da Aquilani e non per generazioni intere, Gino Trippitelli, ''mastro fornaio'' e ''mastro intrattenitore'' di primo ordine e sinceramente non saprei dire in quale delle due attivita' fosse piu' bravo, perche' pizza, maritozzi, zeppole, sfilatini e tutto il ben di Dio che vendeva erano sublimi ma, le ''battute'' con le quali ti accoglieva e si accomiatava erano da ''cabaret'' di alto livello.
Poi Cullu', il leggendario pasticcere di Via Tre Marie, artefice di tali prelibatezze che avvertivi il languore gia' da cento metri prima della bottega. Piccola, con la vetrina sempre piena di pan di Spagna, bigne' e cannoli alla crema, bavaresi, tutto buonissimo e con prezzi ultrapopolari.
E Gianni, il re, anzi l'imperatore della Porchetta. E qui tocca fare delle precisazioni. Gino Trippitelli e Cullu' erano il paradiso sopra tutto dei miei anni piu' verdi, dalle elementari al liceo, per capirci, quando piu' alto era il consumo di bonta' a prezzo accessibile, dal mattino per la merenda delle 11 al pomeriggio con la banda degli amici. Gianni è una scoperta dell'eta' in cui non avevi piu' il problema delle 100 lire e poi basta, per capirci. Per cui, tanto per essere precisi, confesso che Gianni ha allietato con i suoi panini (rigorosamente le ''rosette'') con la porchetta un buon numero delle mie giornate lavorative, quando al caffe' spezza ritmo del bancario, preferivo la porchetta, cotta rigorosamente al forno a legna e giammai lessata in precedenza (vituperio il solo pensarlo), col solo problema che farla scendere da sola era problematico, per cui almeno mezzo rosso (mezzo bicchiere intendo) non si poteva evitare. Era talmente buona che non vedevo l'ora che venisse il giorno appresso per il bis, coinvolgendo vari colleghi indigeni ma anche uno, Ortonese, residente a Pescara e non avvezzo a tali mattutini intermezzi, il quale, ritornando verso l'Adriatico si muniva di congrua scorta, ad uso familiare (?), almeno così affermava.
E adesso per risentire quel profumino tocca arrivare al bivio per Onna!