LUCIANO D'ALFONSO MAESTRO DI PAROLE
30/08/2012

Servizio di Raffaele Morelli

Letto l’articolo sul quotidiano Il Centro di questa mattina con tutta l’attenzione che il medesimo merita, colgo l’occasione per una serie di riflessioni sui problemi della politica abruzzese e pescarese. Il respiro ampio della progettualità dell’ex sindaco di Pescara è senz’altro quanto di meglio si possa chiedere ad un politico. Il punto è un altro: certe idee innovative non sono un’esclusiva di Luciano D’Alfonso. Rivendico la libertà di pensare in grande come, credo, facciano molti altri cittadini abruzzesi. Parlare di città facile da raggiungere, da vivere etc., di ruota panoramica, di ponte del cielo richiede una discreta fantasia applicata alla politica, ma non è un esercizio impossibile e tantomeno riservato ad una sparuta schiera di “eletti”. Quello che servirebbe poi è la capacità di aggregare le forze su progetti cantierabili e per “progetti cantierabili” intendo progetti politici oltre che architettonici. E allora i casi sono due, o D’Alfonso dimostra di avere poteri taumaturgici che al momento non mi pare gli vengano riconosciuti, oppure si rassegna ad un contesto dialettico che, nella migliore delle ipotesi, si può tranquillamente definire di “basso profilo”, con poche eccezioni. Prendiamo ad esempio la questione dell’accorpamento delle province. Una classe politica di alto livello prenderebbe al volo l’occasione e l’alibi forniti dal governo per ripensare un intero territorio. Il punto non è dove mettere la sede del nuovo palazzo della Provincia, posto che prima o poi non vengano abolite tutte. Il problema è riprogrammare il presente secondo nuove regole che prevedano maggiore economicità e maggiore funzionalità. Il punto focale del ragionamento non dovrebbe essere la collocazione geografica e mi prendo la briga di proporre, in modo provocatorio (ma nemmeno poi così tanto), di posizionare gli uffici della nuova provincia a San Giovanni Teatino, così nessuno si può lamentare. Il vero nodo della questione è come spendere meno e recuperare funzioni che ad oggi costano molto più di quello che producono. Quello che la gente non riesce a focalizzare per benino è che il costo di una macchina amministrativa a dir poco obsoleta ricade sulle saccocce di ciascuno sotto forma di addizionali Irpef, regionali, comunali e altro. Ovvero costi, costi ed altri costi. Il passaggio storico impone una riflessione seria. La classe politica al momento non mi sembra in grado di assumere decisioni storiche, presa com’è dal problema opposto di come far quadrare i conti col governo, senza eliminare poltrone e strapuntini. La frase ricorrente, pronunciata a bassa voce quando le telecamere della ribalta si sono spente, è: che gli facciamo fare a quelli che fino ad oggi hanno campato grazie alla politica se gli spazi si restringono? Se il territorio della città metropolitana fosse ripensato e unificato secondo le vere esigenze delle persone, i sindaci , da Francavilla al Mare a Silvi con le relative giunte e i consigli, dovrebbero dedicarsi al “giardinaggio della politica” invece di gestire quel potere, poco o tanto, che oggi consente di andare in giro in mezzo alla gente con la prosopopea adeguata. Chi ce l’ha il coraggio di andarglielo a dire? Allora quello che vorrei capire è se gli ottimi propositi di Luciano D’Alfonso sono la parte emergente di un iceberg che comprende il progetto politico secondo il quale abbiamo un’occasione irripetibile per metterci al passo con i tempi, o se si tratta semplicemente di un tentativo di riaffermare una superiorità personale che, pur con tutto il rispetto dovuto all’uomo ed al politico, mi lascia abbastanza freddino.