MARIO ANGELANTONI : UN AQUILANO DOC TRAPIANTATO A BRESCIA
30/07/2012

Prima che esca un altro libro in vernacolo aquilano, devo assolvere un dovere morale e culturale nei confronti del mio compaesano Mario Angelantoni che tempo fa mi ha inviato alcuni suoi testi dialettali molto interessanti nel mio rifugio di Pescara.Tanto per non farmi sentire la lontananza dall'Aquila e dai nostri comuni amici, molti dei quali giocatori di rugby (Lusi, Autore, Prosperini, Di Zitti, Scipioni, Vittorini, Sergio Del Grande, Beniamino Manetta detto ''O lione'', tanto per citare qualche nome) che il sisma del 6 aprile 2009 ci ha costretti a mantenerci lontani dal nostro meraviglioso territorio.
Mario Angelantoni, nativo dell'Aquila con radici di Goriano Valli, ha avuto due grandi amori: il rugby e l'alpinismo. Il primo lo ha alimentato anche dopo aver giocato, tanto che si è distinto come arbitro di Eccellenza per oltre venti anni nel massimo campionato della pallaovale, intervallando questa attività sportiva -dirigenziale con quella di funzionario della Banca d'Italia che lo ha portato in giro per la penisola da Bari a Rovigo,Sondrio,Alessandria, per sistemarsi infine nei pressi di Brescia,per l'esattezza a Rovato. L'alpinismo gli ha consentito di fare ulteriore conoscenza con le montagne e stringere amicizie significative in ogni parte della Penisola.
Nel nostro habitat, tanto per citare uno dei nomi più rilevanti, Mario ha avuto rapporti straodinari con Ernesto Bellini, detto ''Picozzo'', il vagabondo del Gran Sasso come lo definì il dr Bruno Sabatini in una sua famosa poesia nel libro'' La lezione del Vento''. Voglio ricordare che Ernesto, mio carissimo amico, morto due anni or sono, quando aveva 65 anni, raggiunse da solo la vetta del Monte Bianco (4810 mt) senza la Guida!
Dunque Mario ci ha inviato ''A pparlà chiaru se va''(detto con franchezza), ''Fatte servì da mì''(fidati di me) e un meraviglioso Dizionario AQUILANO-ITALIANO, frutto di una ricerca e di uno studio che gli ha assorbito parecchi anni prima di licenziarlo alle stampe.
Davvero completo ed interessante che va ad aggiungersi ai capolavori redatti dai grandi Cavalieri e il gen. Mario Lolli (cfr. Zibaldone aquilano). Personalmente aggiungerei anche il testo di Guido De Nardis ''L'Aquila de 'na ote'', dove si trovano anche fatti, fattareji deji tembi me.
Le tre opere di Mario Angelantoni sprizzano'' aquilanità ''da tutti i pori e per chi è lontano dalla propria città (diciamo in esilio forzato) la loro lettura o rilettura ti fanno sentire ancora a casa te, La Casa te, la Bella Casa te, come scrisse a suo tempo e musicò il caro nostro amico e poeta Franco Conti.
Oltre a ciò nella prima opera esaminata ''A pparla chiaru se va''troviamo i tanti soprannomi aquilani che consentivano subito di individuare la persona ricercata. Fochetta, Giramenturnu, Prunchittu, Misciupè, e tanti altri.
E che dire dei numerosi racconti ricchi di verve e ilarità?
Ricordiamo Calimero, I ddu amanti,Viva i Savoia, La signurina alla vitrina, L'incontro tra due amici, Cullù ecc ecc.
Nel Volume'' Fatte servì da mi,'' da La Buellona fino a Liupillo, passando per Vulcano, I Serpari di Cocullo, Fantino, Rocco e Zizzetto, La promoziò, Peppe Vespa, Tu-Tù, La partita de Brescia, Ernesto, ecc è tutto un susseguirsi di situazioni vivaci e scanzonate che ti riportano nei luoghi a te cari e ti ridanno una carica di allegria, e di sana rivitalizzazione.
Insomma, leggere Angelantoni equivale a dimenticare il terremoto e tutto ciò che di negativo è stato messo in scena in questi tre anni e mezzo durante i quali oltre trentamila aquilani, presi in giro dalle pastoie burocratiche e da politici disattenti e antipragmatici, sperano di tornare alla loro tana.
C'è infine da porre l'accento sull'essenza di queste pubblicazioni data dal dialetto.
Il Dialetto è la lingua. La lingua che ciascuno di noi parla, non solo nelle inflessioni regionali del dialetto, ma proprio nella struttura e nell'articolazione della frase, nell'impeto dialettale della frase stessa.
''La lingua che noi parliamo è la lingua che continuamente risente del paese che abbiamo dietro le spalle. E, guai all'uomo che non ha un paese dietro le spalle!''
Solo in tal modo si può comprendere cosa significa stare lontani dalla propria Città. Da'' quell'Aquila Bella mè ''che è una caratteristica unica ed irripetibile di chi vi è nato, vi è cresciuto e ne ha respirato a pieni polmoni quell'aria purache non si trova in nessun altro luogo del nostro Pianeta.

Dante Capaldi