FILOSOFIE A CONFRONTO: TIFOSI E OPERATORI DEL CALCIO
15/06/2012

In questi giorni sono subissato di telefonate, sms e messaggi su Facebook, per la questione degli abbonamenti d’oro. Cerco di rispondere a tutti con questo articolo. Senza voler fare speculazioni filosofiche devo, però, precisare, che mai come in questo momento si stanno scontrando le due anime del calcio: i tifosi e gli operatori del calcio.
Per i tifosi il calcio è un rito, una religione laica, la loro giovinezza che ritorna. Sono i loro pomeriggi o le loro serate per stadi e osterie, con il sole o la pioggia, le lunghe ore assiepati in curva, quando il campo era per davvero «la quiete e l'avventura» e il pallone diventava metafora delle loro speranze e dei loro sogni.
Per molti giovani il calcio è ancora sinonimo di ammirazione, colore, passione, di grida di incitamento per il proprio club, di imprecazioni ed anche di simpatiche prese in giro, a volte anche pesanti. Una passione sana che si nutre di emozioni semplici: la lunga e dolce sofferenza nell’attesa della partita, una trasferta lontana preparata da tempo, l’adrenalina che scorre impazzita nei minuti che precedono l’inizio della gara. Emozioni da vivere prima, durante e al termine della partita. Purtroppo oggi le cose sono molto diverse: c’è sempre la passione ma al termine di una gara il tifoso si chiede spesso se il suo campione ha dato tutto o ha preso qualcosa… Senza nascondere la testa nella sabbia anche il tifoso più ingenuo sa che le cose sono cambiate a favoredi un business imperante a più livelli.
Vittima passiva di questo “deterioramento” etico è il tifoso. Colui che resta una delle poche realtà positive (fatte le debite eccezioni violente) di questo sport e, proprio per questo, meriterebbe più rispetto. Perché il calcio senza tifosi è niente, perché lo stadio senza tifosi è niente. Niente è più silenzioso e malinconico di uno stadio vuoto: “Senza l'urlo e il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero. Senza la passione il football è morto.
Ma gli operatori del calcio hanno un’altra filosofia: il dovere del calcio è fare soldi perché se mancano le risorse, non si possono pagare i buoni giocatori e senza di essi non si va da nessuna parte.
Da una parte, quindi, la passione, la fede, la speranza, dall’altra il puro calcolo, il guadagno, la necessità di fare, comunque, soldi e non c’è possibilità di incontro.
Pescara ha dei dirigenti che stanno molto bene finanziariamente, se considerati dei normali cittadini, ma che non hanno grandi prospettive se valutati come Operatori di calcio.
Non è un caso che le fidejussioni bancarie sono ancora firmate da un ex presidente, Giuseppe Adolfo De Cecco e che, al momento, i nuovi dirigenti non hanno potuto sostituirlo nel rapporto bancario.
Allora devono fare soldi: prima di tutto con gli abbonamenti, anche perché lo Stadio Adriatico conta solo 21 mila posti e quindi, per la legge della domanda e dell’offerta, i prezzi aumentano. Poi dovranno evitare di spendere prendendo giocatori in prestito o di rilievo tecnico inferiore sperando che esplodano in futuro, e via di questo passo scontrandosi con le necessità espresse, invece, dal tifoso che vorrebbe,dopo venti anni di attesa, garantirsi la permanenza in A.
Due filosofie che si scontrano e che, come rette parallele, non si incontreranno mai.
Gianni Lussoso