IL TERREMOTO: UNA LEZIONE PER TUTTI DI SALVATORE DI CICCO
30/05/2012

Era di maggio, come adesso. Non era in Emilia. Era in Friuli. Trentasei anni fa. Il terremoto. Un’esperienza che ti segna, che ti segna per sempre. L’ho provato allora e l’ho sentito anche questa volta, anche se il paragone non si può fare. Rimane però il fatto oggettivo: la terra che trema e ti manca sotto i piedi, lo spaesamento più totale, l’improvviso sprofondare in un “buco nero” fatto non solo di paura (anzi di terrore) ma di qualcosa di peggio. Momenti in cui non sai più chi sei, dove sei, cosa sta succedendo, quando finirà. Ecco, tutte queste domande diventano del tutto inutili perché non sai a chi porle, perché non c’è nessuno che ti può rispondere. Sei solo anche se ci sono gli altri perché gli altri provano le stesse sensazioni di abbandono, della fine di tutto.
Ecco, sì, questa è la conclusione comune a tanti, forse a tutti. Il senso di impotenza, di incapacità a far fronte ad un evento così inatteso e così devastante. Devastante non solo per le persone e per le cose ma per quel vuoto che ti lascia dentro, per quella impossibilità di riprendere a camminare con il passo di sempre. Perché se è vero che tutto passa e tutto cambia è anche vero che il segno ti resta dentro per sempre.
In una condizione così devastante e precaria è determinante l’aiuto concreto, morale e materiale, alle popolazioni così duramente colpite. E quando si parla di popolazioni si deve prima di tutto guardare ai singoli, alle singole situazioni di emergenza, di necessità, a volte di disperazione.
Il popolo italiano ha dato prova in più di un’occasione di essere pronto a dare una mano a chi ha bisogno, soprattutto nei primi momenti, quelli dell’emergenza.
Quando conobbi il terremoto in Friuli avevo quasi la stessa età di mio figlio, adesso è a Mirandola con la Protezione Civile. Lui (che a quel tempo aveva pochi mesi) ha già partecipato all’emergenza del terremoto in Abruzzo e sembra quasi voler contracambiare la fortuna di essere scampato a quell’evento lontano nel tempo senza che nessuno lo obbligasse a farlo. La sua esperienza, come quella dei suoi colleghi, ha solo un fine umanitario, ovviamente, ma forse c’è in tutti qualcosa che va al di là del desiderio di aiutare gli altri. Difficile dire di cosa si tratta, anzi difficile anche immaginarlo. Eppure sono proprio queste esperienze a dare limfa a una società. Non basteranno gli scandali a cui purtroppo siamo abituati per cancellare dalla nostra memoria il senso di appartenenza e il desiderio di fare qualcosa che sentiamo di fare senza altro scopo se non quello di aiutare chi ne ha bisogno.
Di fronte a questa ennesiva catastrofe naturale, insomma, è giusto riflettere ancora una volta sui valori che stanno alla base del vivere comune e dai quali non si può prescindere. E questo mi pare uno di quei momenti che ci rendono anche orgogliosi (ancora una volta di più) di essere italiani. Non per uno sciocco desiderio di voler comunque essere primi (per questo ci sono altri campi, come quello sportivo, per esempio) ma per la giusta consapevolezza di far parte di una società che con tutti i difetti possibili e immaginabili non rinuncia ad essere innanzi tutto un popolo che si riconosce in quei valori che stanno alla base della sua esistenza.
Le lacrime e il dolore di eventi come questo ci aiutano a riflettere e a capire, una volta di più, che la vanagloria e la presunzione devono sempre e comunque fare i conti con la nostra fragilità umana.

Salvatore Di Cicco