IL PROFESSOR FRANCO TREQUADRINI RICORDA L'AMICO VITALIANO GARGIULO
23/03/2012

Parlare di Vitaliano Gargiulo per me vuol dire non soltanto parlare di un’amicizia più che trentennale che si è esplicata in uno scambio reciproco continuo e quotidiano di idee, di curiosità e di impegni professionali e si è estesa alla condivisione di affetti e quindi ha coinvolto le famiglie, e non posso non ricordare qui con grande affetto la gentilissima e delicata Signora Maria, Sua moglie, e la figlia Claudia, che io ho conosciuto bambina. Parlare di Vitaliano Gargiulo vuol dire soprattutto dare testimonianza di trent’anni di appassionata presenza e di impegno nella scuola militante; di fedeltà totale a un ideale pedagogico che ha fatto dell’Aquila un punto di riferimento per le scuole abruzzesi e per intere generazioni di insegnanti della nostra regione; inoltre, l’impegno del mio illustre Amico ha fatto dell’Università dell’Aquila un punto ben riconoscibile nella mappa accademica nazionale. C’erano Facoltà pedagogiche che avevano un proprio indirizzo, si riconoscevano in una scuola di pensiero ed esperivano vari tipi di ricerca; l’Aquila era conosciuta perla cu coltivare la teoria pedagogica che vedeva nell’insegnamento uno strumento per trasmettere e umanizzare i fattori della cultura. E l’Aquila ha avuto, tra le facoltà scientifiche, anche la sua Facoltà pedagogica, conosciuta e stimata.
La visione cui ho appena fatto cenno, fu individuata dal prof. Gargiulo, su insegnamento del comune Maestro prof. Luigi Volpicelli, in Locke e Montaigne. Resta indimenticato e indimenticabile il suo volume sul pensiero e sull’opera di J. Locke, del quale faceva risaltare il realismo e il pragmatismo e soprattutto il rigore fondato sull’autorevolezza. Questo Lo portò a scandagliare più profondamente e sistematicamente il rapporto autorità-libertà, al quale dedicò un poderoso volume: Autorità e libertà. Storia di un’antinomia educativa. E poi Montaigne, sul quale lavorammo insieme e tenemmo numerosi seminari per gli studenti di Lingua e letteratura francese, e poi Rousseau. Io vi riversai i miei interessi culturali che esorbitavano da quelli strettamente letterari perché nell’accademia si praticava un uso autoreferenziale della critica e dell’insegnamento, ma il regista, il mediatore tra i vari flussi culturali era Lui, nativamente portato alla dialettica e appassionato cesellatore nella descrizione dei processi culturali.
Era proiettato oltre la turris eburnea, aveva bisogno di verità, di fatti, di umanità, e questi bisogni Egli aveva necessità di vivificare con l’insegnamento: la cultura, quella vera che fa la differenza tra gli uomini, non è tale se non la si trasmette, e di qui scaturì la passione per l’insegnamento e per la scuola che lo possedette per tutta la vita.
Testimonianza convincente di tale passione la troviamo nei Convegni Nazionali di Pedagogia che si son tenuti ininterrottamente a Francavilla al Mare dal 1978 al 1993 e ai quali hanno partecipato gli studiosi che hanno fatto la Pedagogia italiana della secondà metà del secolo scorso: Luigi Volpicelli, Aldo Agazzi, Raffaele Laporta, Remo Fornaca, Ferruccio Deva, Fabrizio Ravaglioli, Francesco Cafaro, Franco Frabboni, Benedetto Vertecchi, esponenti del C.R.D.P. di Nancy /Francia) i quali ricambiarono l’invito, a Lui e al sottoscritto, al Convegno Internazionale sulla Formation des maitres. Ebbe poi negli anni un rapporto molto fitto e stretto con il Parlamento Europeo di Strasburgo, dove accompagnò un gran numero di studenti. Su questo non mi dilungo perché penso che dirà il prof. Dante Capaldi.
Poi venne il collocamento a riposo.
Egli ne soffrì molto, non tanto perché gli pesasse l’ozio quando invece aveva ancora tante energie da spendere ossia non era un uomo che nella pensione aveva bisogno di fare un lavoro per tenersi occupato ma un docente e un educatore al quale mancava il suo lavoro: Vitaliano voleva fare quel lavoro, il suo, e non altri, al quale aveva dedicato tutte le sue energie fisiche e mentale e per il quale aveva nutrito un amore sconfinato.
Il messaggio finale che Egli ci lascia è quello che vede nella scuola lo strumento insostituibile di miglioramento e di progresso culturale, civile e sociale: non c’è niente di sbagliato nella scuola che non possa essere corretto con la scuola stessa.
E’ ancora attuale questo principio? Non saprei dire, perché la realtà che ci circonda è davvero sconfortante,non provengono da alcuna parte segnali di fiducia nella scuola e nella cultura, soprattutto non c’è nella scuola aziendalizzata di oggi un progetto interiore; è però un ideale nel quale dobbiamo credere e per il quale dobbiamo impegnarci affinchè sia vincente. Vitaliano ci ha insegnato a crederci. Io insieme a Lui ci ho creduto. Mi ha guidato e mi ha spronato a crederci. Dialogando oggi con certi Colleghi che fanno ricerca erudita per vincere i concorsi, e ragionano secondo uno schema tecnicamente perfetto ma inutile e autoreferenziale, mi assale tanta nostalgia dei lunghi conversari nelle lunghe notti del freddo aquilano durante i quali si discuteva di tutto: Montaiogne, Locke, Rousseau, Gentile, i romanzieri russi, la Bibbia e il Talmud, discussioni talvolta in latino e in francese. Tanto splendore di cultura non rifulge più nell’università italiana.
Io penso commosso a tutto questo ed esprimo gratitudine a Vitaliano per tutto quello che mi ha dato, ma tutti dobbiamo farlo perché a tutti ha dato.
Mi sia consentito, a questo punto, rivolgermi direttamente a Lui:
Caro Vitaliano, hai fatto appena in tempo a non vedere L’Aquila e la nostra Università distrutte: nella notte del 5 aprile 2009 eravamo ad Avezzano a casa di Giuseppe e Dante Capaldi ti aveva invitato a casa sua e ti pregava di stare da lui per qualche giorno, e di quella serata conservo una foto ricordo nella quale tu eri ancora molto giovanile a dispetto degli anni, bello e sorridente come ti abbiamo sempre visto. E ti è toccato andartene da solo in una giornata incredibile per Roma, con un freddo e tanta neve che sembrava L’Aquila. La Facoltà l’ho lasciata, ho lasciato quelle aule e quelle vie nelle quali risonava la tua voce alta e distesa: “Franckie, cazzo fai?”, e da allora il dialogo silente non si è mai interrotto. Hai accompagnato tante generazioni di giovani e di maestri, hai dato accoglienza a tutti, non hai respinto mai nessuno perché hai fatto dell’incontro umano la tua religione. Ora sei irraggiungibile, e fraseggi con un nostro grande amico e sodale: Dario Mastrangelo. Qualcosa è finito per sempre, ma rimane il ricordo, quasi un mito umano.
La commozione mi prende e non so se questa breve lettera possa essere ritenuta una lettera di addio. Voglio dire solo che mi manchi. Mi manchi tanto, anche se il posto che tu hai nella mia anima non sarà mai occupato da altro.
Ciao, amico mio.
Riposa felice.
Franco