LA NOSTALGIA DI UN CINQUANTENNE
06/03/2020

Da diversi anni, ormai, chi mi conosce a Montesilvano, sa che ho cinquant’anni. E ogni anno, costantemente, festeggio i miei dorati cinquant’anni.
Ma sono stati sempre dorati?
Direi proprio di no.
In questi ultimi anni ho dovuto subire angherie di vario genere: pressioni e limitazioni da parte delle Autorità di vario tipo; ingratitudine di alcuni componenti della mia famiglia; amici che si sono allontanati perché timorosi di ciò che mi accadeva e non volevano essere coinvolti; disservizi che colpivano le mie attività che si sviluppano soprattutto all’estero, un mare di problemi che di dorato non hanno nulla.
Ecco il perché del mio articolo: vivo spesso all’estero per motivi di lavoro e sempre spesso mi trovo colpito dal disagio della nostalgia per il mio paese che, seppure patrigno, è pur sempre il luogo in cui sono nato, affondano le mie radici, ho i figli anche se spiritualmente si sono allontanati per motivi vari e non sempre dipendenti dalla mia volontà…
Con la parola “nostalgia” intendo la tristezza che provo quando penso a persone, momenti vissuti o luoghi del passato.
Mi assale quando sono lontano da casa come in questi giorni o, semplicemente, quando mi sento malinconico.
Siccome spesso mi interrogo sui miei sentimenti e sulle mie personali sensazioni, mi sono chiesto: Ma che cos'è, davvero, la nostalgia?
Si può avere nostalgia perché il nostro presente non ci soddisfa (e allora tendiamo a rimpiangere il passato) ma anche perché, al contrario, siamo felici e vorremmo condividere con una persona cara che non c’è più anche i momenti belli del presente.
La nostalgia, riguarda soprattutto il mio “me stesso” passato, cioè quella parte di me che ora non c’è più. Avere dei ricordi è bello e mi rende umano, ma è triste se hai dei rimorsi o dei rimpianti. Per provare questa emozione, in ogni caso, devi avere coscienza di chi sei e di chi sei stato.
Non solo: devi anche avere la capacità di giudicare, cioè di “dare dei voti” alle tue esperienze in base all’importanza che hanno avuto per te.
Spesso delle situazioni passate mi hanno messo in una situazione di “sudditanza” psicologica davanti a dei potenti, a dei medici che pensavano di potersi tutto permettere, a persone che giudicavano con estrema semplicità senza nulla sapere di concreto.
E allora partivo.
A volte per conoscere il mondo e le persone. Molto più spesso per lavoro come mi capita qui in Slovenia.
La Slovenia è un Paese dell'Europa Centrale noto per le sue montagne, le stazioni sciistiche e i laghi. Sul Lago di Bled, un lago glaciale alimentato da sorgenti di acqua calda, la città di Bled custodisce un isolotto sormontato da una chiesetta e un castello medievale arroccato sulla scogliera. A Ljubljana, capitale della Slovenia, facciate barocche si mescolano con l'architettura contemporanea disegnata dal nativo Jože Plečnik, il cui iconico Tromostovje (Ponte Triplo) attraversa la stretta curva del fiume Ljubljanica.
Un paese in cui ho avuto successo e in cui mi ci ritrovo con piacere. Si vive meglio che in Italia, ma la nostalgia mi porta a ritornare a casa, a Montesilvano, e poi soffro perché non sono qui, come dice che ho sempre nostalgia di Montesilvano quando sono in Slovenia e di questo paese quando sono a Montesilvano.
Insomma non voglio darvi l’impressione di un insicuro ma sento sempre nostalgia di qualcosa.
Qualunque sia il motivo alla base, partire è un’esperienza psicologica complessa per tutti. Essa comporta una fase di crisi fisiologica, perché costringe ad una riorganizzazione radicale della propria vita che influisce, almeno momentaneamente, sul proprio senso di identità. Infatti, i legami con le persone significative, le proprie cose, la propria lingua, il clima e le abitudini sono perduti e inizialmente può prendere il sopravvento un forte sentimento di estraneità verso il nuovo ambiente di vita.
Questa situazione va sotto il nome di Sindrome di Ulisse e può portare ad idealizzare il proprio paese di origine, nel quale tutto era bello ed idilliaco e a svalutare il paese di arrivo, come fonte di disagio o sofferenza. Allo stesso modo, si può verificare anche l’esatto opposto, elevando il paese ospitante come terra promessa per la risoluzione di tutti i propri problemi e denigrando il proprio paese come luogo dal quale è stato necessario fuggire, causa di tutti i mali.
Vivendo in un epoca in cui, grazie agli smartphone e alla tecnologia, è possibile accorciare moltissimo le distanze fisiche e superare le barriere spaziali si sta costruendo un’idea comune di “cittadini del mondo”, in grado di muoversi e adattarsi senza limiti e senza alcun tipo di ripercussione emotiva; come se i normali sentimenti di disagio o di nostalgia fossero ormai un intralcio alla produttività e al progresso.
Mi ritrovo sballottato nel mare agitato delle ingiustizie sociali, in un ecosistema in cui la meritocrazia è soltanto il miraggio di un continente lontano e l’unica maniera di sopravvivere è avanzare a bracciate faticose in acque infestate da pescecani, ma io lotto disperatamente e, alla fine, vinco perché non ho paure di soffrire in attesa della vittoria finale.
Il mio destino è avere tanta energia dentro e non riuscire, a volte, a trovare la possibilità di esprimerla, ma non demordo e continuo a lottare, come si dice nel mio paese: “Alla faccia di chi mi vuole male.”

Roberto BERARDOCCO🍀🍀🍀...
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