ASPETTANDO DOMENICA...
12/09/2019

Il calcio, si sa, muove molte persone e molti soldi perché è uno sport emozionante. Ogni sabato (per la B) migliaia di persone si danno convegno allo stadio lasciando famiglie ed altri affetti perché la propria squadra chiama e non si può mancare all'appuntamento.
Chiunque abbia frequentato questo mondo sa come esso sia grezzo, ma altrettanto vivo ed emozionante, e come, la partita di calcio, al di là del risultato, regali sensazioni, emozioni, difficili da provare in altri momenti della vita.
Il Pescara giocherà domenica fuori casa a Cosenza. Saranno solo duecento (poco più poco meno) fortunati a seguire dal vivo la partita, tutti gli altri dovranno accontentarsi della televisione o della radio. Ma tutti, comunque, vivranno le emozioni della partita.
In attesa della gara e di poter scrivere su di essa, mi piace fare una riflessione: il nostro sport di nasconde una pericolosa insidia che può aiutarci a capire uno dei meccanismi più importanti della mente: la identificazione.
Il tifoso è talmente coinvolto che soffre in attesa della partita e soffre, poi, se il risultato non è pari alle sue attese perché nessuno, in tutti questi anni, ci ha insegnato a vivere la partita come un fatto gioioso e di apprezzare il gioco del calcio nella sua essenza e non farsi prendere solo dal risultato.
Troppo spesso anche le valutazioni sono fatte in base al risultato e non in base ai valori espressi dai giocatori in campo.
Comunque, che una passione diventi un’ideale e questo prenda la propria vita, spesso è qualcosa di meraviglioso come l’amore per la musica, la poesia, il proprio lavoro ecc…ma qui siamo davanti a qualcosa che si conosce da sempre e che sta, però, diventando un problema sociale.
Lo sport in generale, ma il calcio in particolare, è una manna dal cielo a livello sociale, non solo fa bene alla salute, ma è anche una palestra sociale per i ragazzi, è un luogo sicuro dove crescere in modo sano. Parlo di sport praticato, che è diverso dallo sport seguito solo come tifoso.
Per il tifoso, infatti, “la squadra del cuore” può diventare un’angoscia continua.
Quindi, dietro ad una parola, che da anni tutti conosciamo, “il tifo”, si nasconde il suo vero significato greco “febbre”. Una parola coniata dai Greci e ripresa dai Romani, dai giochi olimpici all’arena dei gladiatori. Il tifo, visto come atto di aggregazione sociale, esiste da secoli e …da secoli “accende le folle sino all’inverosimile”.
E, sia l'attesa della partita e sia il risultato, possono dar vita a una vera e propria sofferenza personale che ognuno vive, quando guarda la propria squadra del cuore, in modo esagerato.
Torno a riflettere sulla identificazione, sull'attaccamento, che influenza ogni nostra azione umana e che, nel caso del tifoso, lo porta ad avere un umore esageratamente collegato ai risultati della squadra del cuore che si riflette, poi, in caso di sconfitta, anche nei rapporti interpersonali, anche con i componenti della propria famiglia.
Per godersi lo spettacolo del calcio ( se si ama veramente il calcio e non solo la propria squadra) bisognerebbe riuscire a vivere con più serenità il proprio amore per lo sport per poterlo amare meglio. Sarebbe bello poter andare allo stadio per godersi le azioni di gioco, le prestazioni del complesso e dei singoli, e non pensare solo e soltanto al risultato.
Bisognerebbe capire che una partita può e deve essere valutata di là dal puro risultato. Perché se la partita è giocata male, e la vinci, resta sempre un brutto spettacolo calcistico... e se uno ama il calcio, non può essere soddisfatto... invece accade il contrario: vittoria uguale soddisfazione anche se lo spettacolo è stato brutto. Sconfitta (anche se partita è stata giocata a livelli tecnici eccelsi) è uguale a brutta partita. (Gianni Lussoso)