BASTANO UNA PALLA E DUE GIUBBETTI PER FARE I PALI DELLE PORTE...
11/09/2019

Ho riscoperto la felicità di dedicarmi al mio tempo libero (in questo perido a cavallo tra agosto e settembre) senza impegni per interviste, trasmissioni e impegni vari, e passo alcuni bei momenti della prima mattinata (anche per dare tempo di lavorare tranquillamente a chi mi cura la pulizia della casa, senza avermi tra i piedi) a consumare la colazione al bar, a sfogliare i giornali e, cosa impossibile da evitare, scambiare quattro chiacchiere con degli appassionati di calcio.
Tra questi ci sono anche quelli che il calcio lo vedono come fumo negli occhi e parlano di mercenari e di soldi guadagnati senza alcun rispetto per le disponibilità della popolazione media nazionale.
E tra le domande più ricorrenti ci sono quelle relative al perché del successo del calcio, perché piace tanto, che cosa rappresenta etc... etc...
Pensare che il calcio siano solo venmtidue mercenari che tirano calci a un pallone è come dire che un pianoforte è solo legno e tasti di due colori, oppure che gli articoli di Gianni Brera erano solo parole su carta e inchiostro.. .
Il calcio è scontro e arte, disse una volta John Priestley, romanziere e drammaturgo inglese e un altro, credo Henry Blaha, un grande campione di rugby e giornalista americano di grande successo, disse parlando delle due discipline più importanti in Inghilterra che il rugby è un gioco bestiale giocato da gentiluomini mentre il calcio è uno sport da gentiluomini giocato da bestie...
Invece lo scrittore Desmond Morris, zoologo, etologo e illustratore britannico, divulgatore scientifico e autore di libri sulla sociobiologia, scrisse che il calcio è il più importante rituale tribale dei nostri tempi, ed è proprio la sua essenza tribale a spiegarne insieme l’intensità delle passioni suscitate e le enormi dimensioni economiche.
Tutti gli sport, secondo gli antropologi, hanno un’origine tribale, ma il calcio, specifica Morris, riproduce meglio degli altri alcuni rituali fondamentali per la nostra specie.
L’idea di partenza è che sia stata l’attitudine alla caccia, che ha fatto evolvere le nostre caratteristiche fisiche e mentali, rendendoci agili, resistenti, forti, precisi e astuti, e che ci ha costretti alla collaborazione con i compagni.
Quando non fu più necessaria per la sopravvivenza, la caccia continuò a scopi ricreativi e con la nascita dei centri urbani, approdò nelle arene, come il Colosseo.
Insieme alla Rivoluzione industriale, che concentrò nelle città grandi masse desiderose di intrattenimento e sfogo, questo aprì le porte al successo dei giochi con il pallone, già praticati in epoca classica, ma rimasti fino ad allora secondari.
L’estrema popolarità del calcio rispetto ad altri sport sarebbe dunque dovuta al fatto che riproduce un maggior numero di fasi e di elementi della caccia, come il prendere la mira, il pericolo fisico, l’impeto dell’inseguimento, la cooperazione.
Personalmente penso che il calcio piace sia per la facilità di comprensione delle sue regole di base e sia anche per la facilità con cui si può organizzare una partita di calcio tra amici pur avendo il minimo indispensabile a disposizione. Il calcio si può praticare ovunque (erba, terreno, in città) sia in due che in numero superiore di giocatori senza spendere quasi un centesimo, basta una palla e due giubbetti messi a distanza giusta per fare i pali delle porte, mentre la stessa cosa non si può dire per altre discipline che appaiono costose anche per avere la semplice attrezzatura di base. Infine dare calci ad un pallone è estremamente intuitivo: fin da piccolissimi i bambini appena vedono una palla tendono a lanciarla o a… calciarla!
Chiamare i giocatori mercenari non ha senso. Sono solo le fantasie dei tifosi a vederli come tali: essi non sono altro che degli atleti, bravi a usare il pallone e sono assunti dalle società per fare questo lavoro. Poi, se un'altra società li chiama e paga di più, è giusto che, come qualsiasi professionista, accettino il trasferimento.
Il mito è nato negli anni passati quando degli atleti vestivano per anni, sempre la stessa casacca, della stessa squadra, non accettando le lusinghe di altre società e diventavano dei simboli, uomini bandiera, come Alfredo De Angelis, capitano della Strapaesana che per tanti anni giocò col Pescara rinunciando a offerte notevoli per quei tempi, ma di uomini bandiera in Italia ce ne sono stati pochi e non sempre questa loro fedeltà è stata ben ripagata dai tifosi che, in quanto ad umoralità, non hanno pari.
Il calcio è così, passione, sentimento e soldi. E quei giocatori che non hanno seguito la via dei soldi non si sono potuti permettere ciò che invece, è stato alla portata dei cosiddetti ''mercenari''. Potrei fare un lungo elenco di giocatori che hanno cambiato spesso casacca, ma mi pare piuttosto ingiusto.
Il calcio è un enorme giro d’affari, una sorta di circolo vizioso in cui più soldi girano e più i soggetti in gioco hanno interesse far girare altri soldi, con sponsorizzazione di eventi sempre più spettacolari ed interessanti per il pubblico.
Come spezzare un giro di affari come questo?
Credo anche che i tifosi debbano imparare a sostenere la loro squadra e non i singoli componenti di essa. Gli uomini (quindi i giocatori, come anche i dirigenti) passano, chi resta è la squadra, nel nostro caso il Pescara o Delfino che dir si voglia, vista che questa è la denominazione dal 2012, ed è giusto farsi una ragione del fatto che molti atleti, anche se osannati dai tifosi biancazzurri, hanno deciso, poi, per contratti migliori, di cambiare aria, anzi, casacca. (Gianni Lussoso).