SOLO IN DIFESA DI CHI SUBISCE L'ABUSO DEL TSO
09/08/2019

Con l'ausilio di Informa-Azione desidero riproporre un nuovo servizio in difesa di chi è costretto a subire l'abuso del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) che non è altro che l'erede della coazione e della violenza che ha sempre contraddistinto la (incon)scienza psichiatrica dal suo sorgere.
E' necessario che ripresenti certe riflessioni per evitare che qualcuno veda, erroneamente, nel mio servizio giornalistico solo una difesa ad personam che non ha ragione di esistere nel mio intendimento giornalistico.
Il problema è generale e riguarda migliaia di persone in tutta Italia.
Thomas Szasz definisce il TSO un crimine contro l'umanità. Di fatto la psichiatria ha sempre fondato la sua azione sull'uso della forza per piegare la resistenza di coloro che non si piegavano (e non si piegano) alle sue diagnosi e ai suoi (mal)trattamenti.
La legislazione italiana, che è considerata come la più avanzata del mondo nel campo della difesa dei diritti degli utenti dei servizi psichiatrici, ha mantenuto, nello smantellare le strutture manicomiali, l'istituto e la logica che ne rappresentavano le fondamenta: il trattamento coatto.
Non tutti sanno che la pluridecorata Legge 180 in realtà si occupa di regolare le situazioni in cui e le procedure con cui gli psichiatri possono obbligare a sottostare alle loro ''diagnosi'' e ''terapie''. Aldifuori di queste situazioni, previste dalla legge, ogni azione contro la volontà personale rappresenta una violazione dei diritti di ogni cittadino e un comportamento rilevante dal punto di vista penale.
Il T.S.O. è un provvedimento emanato dal Sindaco che dispone che una persona sia sottoposta a cure psichiatriche contro la sua volontà, normalmente attraverso il ricovero presso i reparti di psichiatria degli ospedali generali.
In alcune zone del nostro paese è uso consolidato attuare il TSO, oltre che nei reparti psichiatrici, anche presso il domicilio della persona. Ma, in linea generale e nella stragrande maggioranza dei casi, il provvedimento di TSO si risolve nell'accompagnamento coatto, tramite i vigili urbani, presso i reparti psichiatrici.
Il Sindaco può emanare l'ordinanza di TSO nei confronti di un libero cittadino solo in presenza di due certificazioni mediche che attestino che:
- la persona si trova in una situazione di alterazione tale da necessitare urgenti interventi terapeutici; - gli interventi proposti vengono rifiutati;
- non è possibile adottare tempestive misure extraospedaliere.
Le tre condizioni di cui sopra devono essere presenti contemporaneamente e devono essere certificate da un primo medico (che può essere il medico di famiglia, ma anche un qualsiasi esercente la professione medica) e convalidate da un secondo medico che deve appartenere alla struttura pubblica.
La legge non prevede che i due medici debbano essere psichiatri.
Le certificazioni oltre a contenere l'attestazione delle condizioni che giustificano la proposta di TSO, devono essere motivate nella situazione concreta. In altre parole non dovrebbero essere ammesse certificazioni che si limitano alla mera enunciazione delle tre condizioni, né tantomeno prestampati.
In realtà l'uso di prestampati è una prassi comune accettata dai sindaci e dai giudici tutelari che dovrebbero vigilare sul rispetto delle procedure e delle garanzie previste dalla legge.
Un capitolo importante in questa fase, è quello della notifica del TSO a chi vi è sottoposto.
Come fa un cittadino a difendersi legalmente rispetto ad un atto di cui non è a conoscenza?
E ancora, come si fa a sapere quando si è obbligati alle cure e quando invece abbiamo ogni diritto legale di rifiutarle?
La notifica del provvedimento va richiesta nel momento in cui qualcuno ci impone di seguirlo, di assumere una terapia, di entrare in un reparto. In assenza di tale provvedimento, infatti, ogni azione di coazione nei nostri confronti può essere denunciata come reato penale.
Comunque, senza entrare nello specifico delle competenze del Giudice tutelare e degli Organi competenti, è bene dire che il paziente, seppure non possa rifiutare le cure, ha senzaltro diritto di essere informato sulle terapie che gli sono somministrate e di poter scegliere su un ventaglio di proposte diverse.
In ogni caso, è conveniente, ove le terapie somministrate risultino particolarmente invasive, presentare al responsabile del reparto una dichiarazione di diffida ai sanitari rispetto alla somministrazione di terapie che si ritengano lesive, chiedendo che venga inserita nella propria cartella clinica.
Quello che in concreto desidero porre in evidenza è che troppo spesso, quegli atteggiamenti delle ''Autorità sanitarie'' che potrebbero essere giustificati dalla ''violenza'' espressa da certi pazienti davvero ''malati'', sono riservati, invece, a tutti coloro che si trovano sotto la ''minaccia'' del TSO. (Gianni Lussoso)