MORIRE DI TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO (TSO)
02/08/2019

Morire di trattamento sanitario obbligatorio: in Italia succede, e lo Stato fa poco ed ecco perché un cittadino che ha subito ''sulla sua pelle'' l'atteggiamento disumano di chi, invece, doveva aiutarlo, come nel caso del noto sportivo di Montesilvano (Pescara), Roberto Bertardocco, si trasforma, con l'aiuto di uno studio legale che fa capo all'avvocato Devetak sloveno, in una sorta di difensore d'ufficio di chi è vittima dell'uso indiscriminato del TSO.
Gli avvocati dello studio legale Devetak in partnerji d.o.o. sono esperti legali con molta esperienza e offrono i loro servizi ai clienti sloveni e stranieri, come nel caso di Berardocco che ha attività di servizi in Slovenia.
Lo studio Devetak è membro del OZS (Camera degli avvocati), Istituto dell'istruzione fiscale (DIZI) e GZS (Camera di Commercio).
Il Tso è un trattamento che sospende la libertà della persona. Non è chiaro chi debba somministrarlo, non sono chiare le modalità. E soprattutto si prende per una misura per limitare la pericolosità dell’individuo.
Il risultato?
Diversi casi di sofferenze personali, sia fisiche che morali, e alcune morti sospette.
Si tratta di un provvedimento delicato, che sospende la libertà della persona. Esistono inoltre molte zone grigie nel procedimento: non è chiaro per esempio chi debba far eseguire materialmente l’ordinanza del sindaco: se la polizia, i carabinieri o i vigili.
La legge 180 (o legge Basaglia) è famosa per aver chiuso quei luoghi di sofferenza ed esclusione che erano i manicomi.
Ma non era questo l’unico obiettivo.
Il 13 maggio 1978, la 180 ha finalmente esteso il principio di volontarietà del trattamento anche ai pazienti psichiatrici. Non una cosa da poco, se si pensa quanto era facile una volta sbarazzarsi di qualcuno facendolo passare per matto grazie al parere di uno o due medici compiacenti.
La cronaca giudiziaria, riletta, cui propone tanti di quei casi che, se raccolti in volume, ci darebbero una dimensione da libro giallo di molto superiore alla fantasia di un giallista anche di livello internazionale come Roger Ackroyd, Raymond Chandler, Alexander Mc Call Smith, giusto per citarne alcuni.
È questo il principio che sta alla base della rivoluzione di Basaglia: il malato, anche psichiatrico, non coincide con la sua malattia. È un individuo con diritti e capacità di autodeterminazione, che non possono essere cancellati da un momento di crollo come può essere una crisi psicotica.
Ulteriore equivoco: pensare che il TSO sia una misura per arginare la pericolosità sociale di un soggetto e non, come dice la legge, un dispositivo di tutela per il paziente.
Ufficialmente il TSO è disposto con un’ordinanza del sindaco del comune interessato su proposta motivata di un medico e convalidata da un altro. Entro 48 ore dal ricovero, il provvedimento deve essere trasmesso al giudice tutelare, che a sua volta ha 48 ore per decidere se convalidare o meno il trattamento, la cui durata massima è di sette giorni, rinnovabili.
Si tratta di un provvedimento delicato, che sospende la libertà della persona. È normale quindi che la procedura che lo regola sia complessa e che coinvolga diversi soggetti.
Esistono inoltre molte zone grigie nel procedimento: non è chiaro per esempio chi debba far eseguire materialmente l’ordinanza del sindaco: se la polizia, i carabinieri o i vigili. E nemmeno quale sia il ruolo specifico delle forze dell’ordine: se sono chiamate solo per garantire la sicurezza del personale medico o per gestire direttamente il dialogo con il paziente (in tal caso servirebbe una formazione specifica).
Queste ambiguità procedurali rendono ogni TSO diverso dall’altro, a seconda della preparazione del personale, del comportamento del paziente, o anche solo di quale tra gli enti coinvolti arriva per primo sul posto.
Gli equivoci principali sembrano essere due: il primo è considerare il TSO, anziché un provvedimento estremo ed eccezionale, un ordinario strumento di controllo, da esercitarsi nel modo più sbrigativo possibile. Così, anziché lavorare di mediazione, negoziare la cura e far di tutto per tranquillizzare il paziente, si preferisce farlo “catturare” dalle forze di polizia, portarlo all’ospedale, magari legato o ammanettato, per poi sedarlo con neurolettici e benzodiazepine.
Ma il TSO non è un mandato di cattura, non è un fermo di polizia e non è nemmeno il ricovero coatto dell’epoca manicomiale.
Dopo tantissimi anni, una legge rivoluzionaria e democratica come la Legge Basaglia, la salute mentale continua a essere gestita in chiave emergenziale.
Troppo spesso il personale che ha il sopravvento nell’azione non è quello medico ma quello poliziesco o militare.
A 40 anni da una legge rivoluzionaria e democratica come la Legge Basaglia, la salute mentale, che in Italia è ancora un tabù, continua a essere gestita in chiave emergenziale.
Era stata proprio la 180 a sovvertire il paradigma psichiatrico eliminando la parola “pericolosità”, che fino a quel momento era implicita nello stesso concetto di malattia mentale.
“Ciò non significa che, per legge, il disturbo psichico non determini, mai più, condotte pericolose”, spiega Piero Cipriano, scrittore e psichiatra: “ma il pericolo non è la regola, anzi. La conseguenza di questo spostamento di paradigma è che l’obbligo alle cure, quando necessario, non accade più per tutelare la società dal pericolo del folle, ma viceversa per un dovere etico di cura, perché i disturbi psichici non rappresentano più una questione di pubblica sicurezza, ma una questione terapeutica”.
Il pericolo di uso indiscriminato del TSO aumenta soprattutto in periodi climatici caldi, come adesso il mese di Agosto, per cui è facile che uno stress da caldo possa essere ''considerato un atteggiamento'' pericoloso e quindi da bloccare con un TSO squallidamente ingiusto e significativo di una superficialità, questa sì, dannosa per il prossimo. (Gianni Lussoso)