SIAMO LEGATI A UN FILO
13/07/2019

E' proprio il caso di dire che un cittadino è legato ad un filo e che la sua ''incolumità'', a volte, è subordinata a degli stati d'animo esterni al suo e potrebbe ritrovarsi, in un baleno, in un vortice perverso che potrebbe definirsi anche persecutorio.
Prendendo spunto da un caso di cronaca, ben conosciuto a Pescara, e relativo ad un procuratore sportivo che aveva minacciato un suicidio (dopo aver avvvertito con centinaia di messaggi le autorità e i giornalisti) come ''azione dimostrativa'' per richiamare interesse sulla situazione relativa al figlio giocatore che non era stato, a suo dire, ben difeso nella stesura di un contratto di prestazione sportiva, questi si è ritrovato, suo malgrado, avviluppato in una serie di interventi che ne hanno condizionato pesantemente la vita professionale in Italia e all'estero che gli procurava redditi molto considerevoli, e privata.
L’articolo 32 della Costituzione italiana assegna alla Repubblica il compito di tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo (senza alcuna distinzione, quindi, fra cittadini e non cittadini), e interesse della collettività, oltre che di garantire cure gratuite agli indigenti; il secondo comma dispone che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Di conseguenza i trattamenti sanitari, intesi come quelle “attività diagnostiche e terapeutiche finalizzate alla prevenzione o cura di uno stato morboso”, devono essere di regola volontari, cioè conformi alle scelte del paziente nell’esercizio del diritto alla disponibilità del proprio corpo.
Inoltre il codice deontologico della professione medica prevede che il medico non possa attuare alcun intervento terapeutico senza il consenso del paziente che, mentre nei casi di routine può ricondursi al rapporto fiduciario paziente-medico, nei casi di interventi rischiosi o suscettibili di provocare diminuzione permanente dell’integrità fisica, deve essere espresso e consapevole (c.d. consenso informato).
Orbene, per leggerezza o per un mal interpretato concetto della ''pericolosità'' o della necessità di salvaguardare gl'interessi legittimi di chi deve essere curato, con troppa facilità si ''condanna'' un ''malato''al trattamento sanitario obbligatorio dimenticando che ''Gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono volontari... possono essere disposti dall'autorità sanitaria accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura...
Nel corso del trattamento sanitario obbligatorio chi vi è sottoposto ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno.
Gli accertamenti e i trattamenti sanitari devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di che vi è obbligato...''.
E se il ''paziente'' si vede annullate alcune delle libertà individuali importanti come l'uso del telefono personale, o come il diritto di essere informato circa le ''restrizioni'' che gli vengono prescritte, per poter far conoscere le sue personali ''difese'' e proporre il dovuto ricorso, si ritrova, in definitiva, in stato di ''arresto presso la struttura medica''.
Non bisognerebbe mai dimenticare che l'Accertamento Sanitario Obbligatorio (A.S.O.) e il Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.) sono due rimedi cautelari rivolti ad una persona affetta da malattia mentale, la quale versi in una fase acuta della sua situazione di malessere.
Questi provvedimenti sono assunti dal Sindaco per imporre, in forma coattiva, rispettivamente la visita da parte di un medico, al fine di valutare lo stato della persona e le scelte da adottare di conseguenza e il ricovero del soggetto malato, in una struttura ospedaliera o in altro luogo di cura, al fine di consentire l'applicazione di idonee terapie.
Ma è da tenere presente, però, che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge e la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
La procedura di adozione dei provvedimenti sanitari coatti ruota intorno alla figura del sindaco.
Il sindaco dispone il trattamento sanitario obbligatorio con ordinanza motivata.
Attraverso il funzionario addetto all'istruzione del procedimento, egli deve vigilare affinché le richieste di A.S.O. e di T.S.O. siano corredate di tutti gli elementi e delle giustificazioni che la legge prevede.
In caso contrario, egli non deve assumersi la responsabilità di dar corso a procedimenti viziati, ma è anzi tenuto a rifiutare l'emanazione dell'ordinanza.
In tal modo, evita di essere chiamato a rispondere dei reati di abuso d'ufficio (art. 323 c.p.) e/o di sequestro di persona (art. 605 c.p.)
Inoltre è assolutamente dovuta al ''paziente'' la possibilità di ricorrere contro il provvedimento a suo carico.
Pertanto, se non c'è una notifica scritta del provvedimento stesso, non potrebbe esserci il ricorso, e quindi l'atto diventerebbe ''scorretto'' e quindi annullabile.
Senza voler entrare nel ginepraio di una contestazione giuridica, al cronista non resta da dire che, effettivamente, siamo tutti legati a un filo, e che questo può essere spezzato con estrema facilità dalla leggerezza di un sindaco, o da un medico che decida di intervenire senza entrare nel giusto merito della situazione personale del soggetto bisognoso di cure. (Gianni Lussoso)