STATE CALMI SE POTETE
06/06/2019

I tifosi biancazzurri, in questi giorni, si stanno facendo sentire richiamando, in un certo senso, all'ordine sia i reggitori di microfono che avallano tutto, supinamente, sia il Ferguson dei colli che dimostra e conferma sempre più arroganza, poco o nulla rispetto nei confronti dei tifosi, paternalismo nei confronti dei suoi dipendenti, anche quelli importanti del settore tecnico, perché tanto, alla fine, si farà come dice lui, insomma un personaggio che corre davvero il rischio di essere considerato il peggiore tra tutti quelli che hanno rivestito la carica di presidente, eppure ci sono stati i vari Pincione, Soglia etc...
Siccome qualche ''tifodiota'' (consentitemi questo neologismo o, se volete, questa invenzione lessicale) mi dice, anche sgarbatamente, che non debbo criticare il padrone perché, essendo tale, può fare quello che vuole, pur non entrando nel merito di questa idiozia calcistica, desidero porre subito in chiaro come stanno le cose per me che, da cinquantadue anni, vivo nel mondo dello sport da giornalista professionista e non da opinionista scalzacani.
1) I tifosi, organizzati o meno, hanno tutto il diritto di contestare, pacificamente o no, la loro squadra di calcio, se questa non si comporta dignitosamente in campo.
2) I veri “proprietari” delle squadre di calcio rimangono i tifosi che le seguono. Hanno quindi tutto il diritto di esprimersi nel modo che ritengono opportuno, se tale atteggiamento è dettato solo dal tifo e dalla passione di una persona verso la propria squadra del cuore e non per revanscismi politici o di altro genere negativo.
3) Senza i tifosi, non esisterebbero i giocatori, i presidenti, gli allenatori, i diritti televisivi, i programmi sportivi, il merchandising, ecc…
Immaginate, se potete, un calcio senza tifosi allo stadio se riuscissero a mettersi d'accordo per disertare.
4) Il fenomeno del tifo organizzato può essere benissimo criticato, dileggiato o minimizzato, ma resta il fatto che il tifo organizzato è uno dei modi d’espressione di vitalità collettiva più potente che abbiamo avuto in Italia da molti anni a questa parte.
5) Le curve sono piene di contraddizioni e diversità, ma è innegabile che la maggior parte dei suoi frequentatori proviene dalla nostra stessa classe di riferimento che si riconosce nei valori della vita collettiva del tifo organizzato, con le sue regole, i suoi miti, le sue leggi e le sue espressioni. E non sto dicendo che siano valori o leggi positive, ma che vanno analizzate senza la puzza sotto il naso per cui ciò che proviene dal mondo degli stadi è ontologicamente inferiore a ciò che proviene dalle piazze.
Per quanto attiene il modo di gestire il Pescara da parte del grande ''manager dei colli'', in questi anni di attenta osservazione dei suoi metodi di lavoro ho riscontrato, precisandoli nei miei servizi, che mi hanno reso la sua inimicizia (chi se ne frega), che l'errore principale è stato quello di mettersi attorno degli ''yesman'' incapaci di sollevare obiezioni e, nell’ansia di non deluderlo, non fanno altro che applaudire, alcuni; reggere il microfono senza porre una domanda che potesse in qualche modo irritarlo, altri. Infatti sono uomini sempre pronti a dir di sì, a dare ragione al padrone, a mostrarsi accondiscendenti o servili.
Non «poter dire di no» sconfina nel non «dover dire di no» e poi nel non «voler dire di no», con risultati a volte imbarazzanti.
L'esperienza avrebbe dovuto far capire una grande lezione di management aziendale: gli «yes men» possono portare alla catastrofe societaria per mancanza di coraggio nel dire la verità e nel prestarsi a fingere di soddisfare pretese che ritengono chiaramente errate. Il risultato è anche quello di perdere la faccia.
Un esempio per tutti?
Basterebbe leggere uno dei comunicati stampa, per rendersi conto della pochezza del contorno o ascoltare uno dei tanti monologhi presidenziali che non ha ancora imparato come il ''bel tacer'' sia una regola fondamentale per chi non ha la struttura necessaria, lessicale e del linguaggio del corpo, per parlare pubblicamente al prossimo. (Gianni Lussoso)