SPECULARE SULLA PASSIONE DEI TIFOSI
27/05/2019

Sono tifoso del Pescara dal 1948, serie B girone unico e nella formazione biancazzurra c'erano i vari Pivi, Pupillo, De Angelis, Masoni, Rinaldi, giusto per ricordarne alcuni, e alla ultima giornata, il 3 luglio 1949, pareggiammo con l'Alessandria (0-0) e fummo retrocessi in Serie C. Fu la prima volta che piansi per una delusione calcistica. E credo sia stata anche l'ultima.
Infatti, dal 1964, cominciai a lavorare per il Messaggero e seguivo società diverse dal Pescara per cui mi si formò una sorta di deformazione professionale che mi ha abituato, negli anni, a vedere, capire, studiare il fenomeno calcistico con occhio distaccato, e con la professionalità, dovuta per cui raccontavo ai mei lettori le gare, senza che ci mettessi del pathos personale ma razionalizzando ciò che avveniva sul campo.
Però, pur con l'atteggiamento asettico dello ''studioso'' del calcio, ero sempre più innamorato di questa disciplina.
Con il passare degli anni ebb, necessariamente contatti con tanti presidenti delle varie categorie ed ebbi modo di conoscere quei risvolti negativi delle società di calcio che i tifosi non vedevano prima, (oggi sono un po' più interesati alle manovre societarie) e cominciano anche a capire come, con troppo cinismo, i dirigenti del calcio vivano speculando sulla loro passione, per cui crebbe in me, giornalista professionista, il bisogno di scavare, conoscere, indagare e mettere in luce le tante operazioni che erano e sono fatte solo per far rendere al massimo lo spettacolo calcistico.
Quando nel 2006 scoppiò lo scandalo Calciopoli, non mi meravigliai più di tanto. Così come mi sembrò naturale, per quell'esercito di presidenti che facevano calcio solo per i loro interessi personali, che nel gennaio 2014 il reato di aggiotaggio fosse prescritto.
Continuando a svolgere la mia attività di giornalista, e intervistando molti dirigenti di varie regioni italiane, e di diverso spessore calcistico, mi resi perfettamente conto che il calcio non era più quello del 1948, che mi aveva letteralemte affascinato e, ripartendo dalle origini, quando un intraprendente gruppo di affaristi inglesi, a Genova ci fece conoscere il calcio ''nobile'' e indusse un rappresentante a Londra di una ditta commerciale, il signor Bosio, a portare a Torino nel marzo del 1887 un pallone di cuoio e il cuore inammorato di football e mise insieme una squadra di calcio ufficiale.
Il resto è storia, così come è storia che, con il passare dei decenni, scemò sempre più la passione sportiva e aumentò, anche per certe intuizioni di alcuni cialtroni, assetati di facili guadagni, la capacità di far diventare il calcio una lavanderia, un mezzo per movimentare milioni che dovevano essere riciclati, ed entrarono nel calcio veri e propri ''delinquenti'' condannati ufficilamente dai vari ordini di giustizia. Ed ebbero vita facile gli organizzatori di trasferimenti di giocatori minorenni dai paesi sottosviluppati, gl'ingegneri della finanza che inventarono il gioco delle plusvalenze fittizie, i tanti contratti che servivano solo a movimentare le casse e di cui non tutti i firmatari erano i beneficiati o per lo meno non per le intere somme, ed esplose la categoria dei procuratori, degli affaristi e dei maneggioni.
Naturalmente alcuni presidenti hanno pensato, negli anni, di avvalersi della forza delle Curve organizzate per portare avanti i loro maneggi di vario genere, e per farlo, hanno dovuto foraggiare, a volte dando incarichi di rappresentanza, certi personaggi capaci di gestire i giovani tifosi. Ed è nato il merchandising calcistico con alcuni capitifosi diventati titolari di negozi per la vendita di prodotti legati alla squadra di calcio con il risultato, anche, di mettere ''sotto schiaffo'' alcuni pavidi presidenti.
Naturalmente, mentre nel passato c'erano presidenti che immettevano nel calcio capitali propri, per ricombiare in tal modo la città che aveva consentito loro di arricchirsi con altre attività, nel presente sono arrivati i presidenti che fanno di professione il 'presidente'.
Pertanto il motto è: incassare molto e spendere poco.
Come fare?
Speculare sui diritti televisivi, sulla vendita dei giovani talenti senza aspettare la maturazione, vivere di prestiti e mettendosi a disposizione delle società maggiori per fare da scuola calcio.
Quale il risultato oggi?
Che lo spettacolo calcistico a volte è di scarso valore, che le società non hanno un gruppo di calciatori di proprietà, e che le attese dei tifosi sono spesso bruciate e le delusioni all'ordine del giorno.
E come faranno per il futuro?
Si rivolgeranno ai ''capibastone'', avranno in prestito quei sei - sette giocatori per fare la squadra, più alcuni da ''aiutare'' che fanno parte del 'carrello dei bolliti' e che sverneranno in attesa del pensionamento.
Piansi in quel lontano 1948 per il calcio, e non l'ho più fatto, anzi, più che piangere mi sono incazzato tantissime volte, tanto da farmi la nomea di fustigatore dei costumi presidenziali, apprezzato dai vari sportivi e tifosi che amano davvero il calcio, meno dai lecchini e dai treppiedi umani. (Gianni Lussoso)