TIFOSI DEL CALCIO E DEL RUGBY
15/03/2019

Ho cominciato a seguire il calcio dal 1948, al Campo Rampigna, con il Pescara in Serie B, girone unico. In campo scendevano con le maglie biancazzurre i vari Pivi, Tiriticco, De Angelis, Masoni, Rinaldi... Mi entusiasmavo alle prodezze dei miei campioni pur se masticavo poco, allora, di tecniche e di tattiche.
Il calcio mi piacque da subito, anche se negli anni a seguire avrai amato con particolare passione anche il rugby.
Posso scandire gli anni della mia crescita con il percorso della Pescara calcio. Cambiavano i giocatori, i dirigenti, ma il mio amore era sempre quello, per la maglia.
Poi diventai giornalista professionista e cominciai a seguire altre squadre, per motivi professionali, e cominciai a capire che il calcio mi piaceva per ciò che era, uno spettacolo intenso, a volte di non eccelsa qualità, ma, pur avendo sempre nel cuore il Pescara, di cui seguivo da lontano le varie vicende fin quando dopo anni non tornai a vivere e a lavorare in un giornale a Pescara.
Ma ero passato attraverso altre esperienze, avevo conosciuto altre realtà calcistiche, non solo in Italia, e poi ebbi la ventura di tuffarmi con impegno professionale nel mondo del rugby, più all'estero che in Italia, e rimasi folgorato.
Cominciai a chiedermi come fossi diventato tifoso del calcio e come me migliaia di persone a Pescara e poi i milioni nel mondo. Non seppi darmi una risposta: semplicemente era successo. Mi ritrovai da adulto in un mondo disegnato per bambini. Un mondo in cui, al fischio dell’arbitro, dimentichiamo tutte le regole della civile convivenza. Un mondo in cui, da maschi adulti consenzienti, non ci vergogniamo di urlare al complotto per un rigore che non ci è stato concesso, non ci vergogniamo di sbraitare parole irripetibili all’indirizzo dell’uomo con il fischietto, di insultare l’allenatore che non fa i cambi, il terzino che non fa la diagonale. Non ci vergogniamo di fare e dire cose che, il lunedì mattina, sarebbero considerate delle pure e semplici idiozie. Non ci vergogniamo di piangere se le cose andranno male.
E poi mi ritrovai, in Irlanda, Scozia, Galles, Inghilterra, Francia, Romania, in un clima quasi surreale, caratterizzato da gioia e vera passione verso questo magnifico sport, che è il rugby.
Abituato alle scostumatezze del calcio, ammirare uno sport leale come il rugby, mi creò una sensazione di bello e di corretto direi quasi affascinante. In centinaia di incontri seguiti non ho mai visto scontri tra tifosi rugbysti fuori e dentro lo stadio. Proteste plateali dei giocatori nei confronti del direttore di gara. Giganti di quasi due metri,per centoventi chili di peso, corretti in posizione di attenti, dinanzi al piccolo arbitro e accettare, con un cenno del capo, la sua decisione.
E poi le simulazioni sleali dei giocatori che si rotolano per terra come tarantolati e poi rialzarsi pimpanti appena ricevuto il fischio favorevole dell'arbitro.
Perché, a proposito, non nominare una commissione, per la Serie A, inizialmente, che controlli il giorno dopo, tutte le simulazioni dal video, e punire con un'ammenda i colpevoli e formare un fondo da destinare a favore di quei calciatori che si trovano a fine carriera in situazioni di disagio economico?
Riflettendo a lungo sulle espressioni dei tifosi, ho realizzato che il calcio paga l’esasperazione di quella parte di tifo che non riesce a stabilire un limite, a capire che si tratta solamente di uno sport, uno svago, una passione, non di certo una questione di vita o di morte. Paga l’estrema identificazione del tifoso nei confronti della propria squadra del cuore, quasi come se l’andamento di quest’ultima influenzi la sua vita.
Eppure non ho visto mai un tifoso vedere il suo conto corrente in baca o alle poste crescere dopo una vittoria o diminuire dopo una sconfitta. I guadagni sono degli altri a lui tocca solo pagare il biglietto e allora perché non considerare la partita solo come uno spettacolo dalle cui ''pastoie'' uscire a sipario calato?
Invece nel rugby, il tifoso si identifica nella propria squadra e lo sostiene con passione sia che vinca e sia che perda, senza polemiche nei confronti del direttore di gara, senza fischi nei confronti della squadra avversaria o se la propria squadra perde, senza proteste fuori dallo stadio, senza minacce alle società.
Perché non imparare a tifare per la propria squadra e non contro gli altri? Perché non debba assistere alle partite con i tifosi dell'una e dell'altra parte ognuno con le sue realtà e le sue emozioni senza dover innescare guerriglie anche dure?
Gli stadi spesso si trasformano in un territorio franco, ove alcuni gruppi minoritari si arrogano il diritto di compiere atti di violenza senza timore alcuno. Ogni partita quindi, di qualunque campionato o categoria, si pone come evento ad alto rischio d’incidenti. I tifosi del rugby bevono sicuramente più birra dei tifosi del calcio, ma non sporcano e non si affrontano, se non per gioco nelle mischie al “Terzo Tempo”, familiarizzando tra “ supporter” di squadre antagoniste.
È evidente che vi è una profonda differenza culturale.
Il rugby non ha avuto bisogno di particolari aiuti per ottenere dai suoi giocatori e tifosi il rispetto delle regole e dell’avversario, ha semplicemente ereditato una cultura di valori e princìpi sportivi puliti e condivisi. Quindi, questo è il problema: riuscire a dare dei valori ai tifosi e ai calciatori.
Ringrazio la mia professione che mi ha portato a questa crescita: essere capace di assistere allo spettacolo sportivo, calcistico o rugbystico, godendomi ciò che lo spettacolo offre, senza altre ''malattie'' che non hanno ragion d'essere, a ben analizzarle, proprio perché questo spettacolo, al di là dei suoi contenuti pratici, non ti da niente altro. Se i valori li hai, sei un uomo, e non lo diventerai solo perché la tua squadra ha vinto. Quando la squadra ha vinto, si può e si deve essere felici ma nulla più di questo. E non è brutalizzando gli avversari che conquisti la tua dimensione di uomo. Hanno inventato certi slogan per far credere a dei piccoli uomini di essere diventati, per il gol segnato dal suo rappresentante, degni di stima e di rispetto.
Ma quando mai?
Stima e rispetto te li guadagni con i tuoi valori personali, e non con quelli dei giocatori che guadagnano, mentre tu spendi o con la crescita dei dirigenti che s'ingrassano mentre tu fai sacrifici per poterti permettere il costo dell'abbonamento. (Gianni Lussoso)