RIDATECI LA VOGLIA DELLO STADIO E DELLA CRITICA VERA E NON RUFFIANA
06/02/2019


So bene di essere un giornalista scomodo solo perché la città è disavvezza al mio tipo di giornalismo che punta sulle inchieste, sulle anticipazioni delle notizie, sulla cronaca e sui commenti dei fatti sportivi basandomi su ciò che vedo e metabolizzo senza aver bisogno dei commenti dei giocatori o dei dirigenti che, comunque, difendono, giustamente, sempre il loro operato e, quindi, ne faccio a meno.
Ricordo che appena tornai da Londra per dirigere (mi dissero per pochi mesi) la redazione sportiva del Messaggero che voleva fronteggiare con me il pericolo del Resto del Carlino che aveva aperto da poche settimane una redazione a Pescara, e che poi per motivi extracalcistici (riguardavano un mio innamoramento importante) è diventato un abbandono del giornalismo da inviato per trasformarsi in quello meno romantico ma più importante per me che avevo costruito una nuova famiglia e che mi aveva fatto preferire Pescara, mi invitarono a cena i big del giornalismo sportivo locale, Rifredo Rocchi, Mario Alcini, Concezio Renzetti, Guido Fumo, Giuseppe Falcucci ed altri di cui al momento non mi sovviene il nome, e capii di avere intorno persone dabbene, molto qualificate nelle loro professioni che non erano il giornalismo, e che andavano dal bancario all'insegnante e via dicendo, e capii come e perché il rapporto giornalismo e pubblico fosse più che tiepido.
Il mio modo di lavorare dette una svolta notevole alla tiratura del Messaggero di quel tempo ma mi creò non pochi imbarazzi con i ''colleghi'' che, dopo i festeggiamenti di benvenuto o di ben tornato (perchè alcuni non sapevano delle mie radici pescaresi) mal accettarono questo ciclone che metteva in risalto il loro modo amichevole, direi familiare, di gestire le notizie senza disturbare il padrone di turno.
Erano abituati dai loro uffici a telefonare in sede e a chiedere: ''Che è successo oggi?'' e sui suggerimenti di parte costruivano il loro giornalismo.
Sono passati gli anni e sotto i miei occhi sono passati diversi personaggi, alcuni dei quali, riguardanti i tifosi, mi avevano affascinato. Parlo di Angelo Manzo e della sua capacità di allestire treni speciali, parlo di Piero Aggradi, capace di tenere vivo i contatti con la tifoseria, parlo di Ivo Melatti che con la sciarpa biancazzurra sul avambraccio sinistro e la mano destra sul cuore faceva il giro dello stadio tra gli applausi dei presenti.
E, soprattutto, ricordo quegli esaltati, ma simpaticissimi tifosi, che avevano reso famosa la tifoseria pescarese per lo spettacolo che andava in scena ogni domenica nelle curve. Il tifo era uno dei prodotti più esaltanti e divertenti.
Si andava allo stadio per vedere due spettacoli: quello calcistico sul campo e quello coreografico dei tifosi in curva.
Oggi questo prodotto ha perso il suo valore, svuotato del suo fascino, in balia di un presidente mercante per necessità, e per incultura personale, che afferma di fregarsene altamente dei tifosi che sono solo dei clienti da sfruttare, di procuratori sfacciatamente protesi agli affari,, televisioni asservite e giornalisti che non hanno il gusto della sfida professionale ma sono degli ''impiegati della informazione''.
E i tifosi che fine hanno fatto?
Dopo un lungo periodo di imbarbarimento che nasce dal 2012 in avanti, e di sonno più pesante di quello di Aligi, pare dare segni di risveglio.
Sono convinto che, di là degli atteggiamenti poco simpatici di Sebastiani, se si potesse consentire ai tifosi di portare all’interno degli stadi striscioni, tamburi o materiali utili per una coreografia senza dover seguire un iter burocratico macchinoso, sono convinto che, tornando a colorare gli stadi, a sentire il suono dei tamburi, si possa dare uno stimolo fondamentale per restituire la voglia di assistere allo spettacolo del calcio dal vivo, uno show imparagonabile a qualsiasi trasmissione delle tv a pagamento.
Gli strumenti del tifo non sono armi, bensì una risorsa per abbellire e rendere più affascinanti le strutture ormai obsolete del calcio italiano.
A deteriorare sempre più il rapporto società-tifosi, bisogna aggiungere quello che è stata definito, con estrema maestria, il cosiddetto calcio moderno ove imperante è il fine di lucro raggiunto attraverso mirate politiche di merchandising, senza guardare agli aspetti tecnici e sportivi e si sono spezzati, così, anche i rapporti affettivi con giocatori che non sanno più rappresentare la maglia che indossano e che cambiano volentieri ad ogni offerta di denaro. (Gianni Lussoso)