CAMBIATO IL MODO DI COMUNICARE NELLO SPORT
12/01/2019

Ci vuol poco a capire che i rapporti tra società, tifosi e stampa sono cambiati in modo eccezionale. In questi cinquant'anni di attività ho visto le varie fasi della comunicazione e mai, come in questo periodo, ho notato la necessità da parte dei dirigenti di società e degli addetti ai lavori di rendere la propria attività chiara, trasparente e, direi, alla luce del sole.
Inutile che i dirigenti si trincerino nelle loro torri d'avorio, credendosi al di sopra di tutti, dei giornalisti che fanno la loro attività di analisi e di critica e che, più fanno bene il loro lavoro e più sono indigesti, o, se volete, antipatici. Ma sono i ruoli diversi che pretendono diverse visioni del problema e il tifoso, che vorrebbe si parlasse sempre bene della squadra, senza toccare problemi scottanti, dovrebbe capire che non è possibile, perché il diritto-dovere di cronaca pretende ben altro.
Il giornalista racconta e commenta i fatti, non fa l'imbonitore a favore del presidente e chi lo fa sbaglia e anche di grosso.
I dirigenti devono, oggi, proporsi in modo diverso anche con i tifosi e devono avere la capacità di impostare e seguire un modello comunicativo basato su una commistione tra ciò che è convenzionale e ciò che non è convenzionale. Senza sottovalutare, tuttavia, le caratterizzazioni locali dei contenuti in quanto i tifosi di un certa area potranno prediligere ed essere più coinvolti da certi contenuti piuttosto che da altri.
Con i social bisogna fare i conti ogni giorno, il giornalista perché viene spesso preso di mira e il confronto, anche se indiretto è necessario, e il dirigente che non può nascondersi dietro il classico dito e considerare i tifosi solo come clienti della domenica (o dell'avvenimento visto che i giorni sono diversi).
I tifosi, oggi, proprio con i social, sono capaci di muovere l'opinione pubblica in un senso o nell'altro. Ci sono alcuni che postano commenti ricchi di buon senso e pretendono il rispetto di chi legge, anche se non possono essere considerati dei professionisti della comunicazione, ma questo non è un limite, anzi, un vantaggio, perché offre loro la possibilità di proporsi liberamente e non con i paletti che, a volte, gli editori, frappongono alla libertà del giornalista.
Negli anni Settanta l'utilizzo del calcio era limitato agli appassionati, oggi, grazie alla grande diffusione dei mezzi di comunicazione, tutti volenti o nolenti, sono coinvolti nelle vicende del pallone.
E' pur anche chiaro che questa libertà di usare il social offre, a chi è meno acculturato, la possibilità di poter esprimere tutto ciò che gli passa per la testa senza che ci sia il ''filtro'' del cervello.
Una volta si diceva ascolta e rifletti e prima di scrivere pensaci e documentati.
Nei social questo avviene solo per pochi elementi di spicco, molti altri fanno del gossip e anche della violenza dialettica gratuita, fidando sull'anonimato che, poi, è vero molto relativamente.
Infatti, se uno volesse colpire il mittente di frasi offensive, potrebbe farlo con molta facilità anche se non lo si fa per quieto vivere, e perché non si dà importanza a chi eccede più per mera ignoranza che per vera cattiveria.
Un esempio: da giornalista attento, che segue le vicende della Pescara calcio, arrivo in possesso della notizia che il giudice d'appello dovrà sentenziare sulla querelle tra Iannascoli e Sebastiani, dopo aver controllato la fonte, do la notizia e il commento di qualche beota è che ''Lussoso è rimasto male per la prima decisione del giudice ordinario... e aspetta la rivincita.''
Tipico uso errato della libertà di poter scrivere e diffondere il proprio pensiero: infatti, i miei colleghi si sono un po' irritati per aver bucato la notizia, ma chi non è ''collega'', e pretende di fare comunicazione, dà significati personali a un fatto che è solo di interesse giornalistico.
Se nel social chi posta ed esprime giudizi, può anche essere un partigiano di una persona o di una società o di un'idea, e nessuno se ne preoccupa più di tanto, un giornalista deve essere attento a ricercare la verità a e darla prima possibile, e in modo chiaro e senza servilismo, se non con l'impegno di servire la verità e la necessità di commentare fatti che sono d'interesse pubblico.
Comque sia, il mondo della comunicazione è cambiato, e bisogna prenderne atto. (Gianni Lussoso)