RESTA UN FATTO: IL CALCIO SENZA TIFOSI, NON È CALCIO.
21/06/2018

Il rapporto di appassionati e tifosi con le proprietà delle squadre è sempre molto intenso e delicato, e gli imprenditori di calcio non sono mai semplici imprenditori. Ed è un fatto che molti presidenti di società non riescono a capire questa realtà e credono di poter gestire il calcio come una loro normale azienda con la quale, probabilmente, hanno raggiunto il pieno successo economico.
Per poter gestire bene una società di calcio si dovrebbe raggiungere un equilibrio tra entrate e uscite.
I bilanci sono spesso martellati da spese fuori controllo e la cronica eccedenza delle uscite sulle entrate causa effetti particolarmente negativi. I costi di gestione spesso determinano il successo economico e gestionale oppure il fallimento.
Necessità di una gestione virtuosa e attenta considerando in particolare, che la voce principale del costo di una società sportiva è dovuto al costo del lavoro del personale tesserato (calciatori e staff tecnico).
Necessità di una programmazione della propria attività in modo, quanto più possibile, indipendente dai risultati sportivi.
L’incertezza e l’indeterminatezza del risultato sportivo condizionano pesantemente il risultato economico di fine anno. Ciò rende necessario, per tutti i club professionistici, programmare la propria attività in modo da non dipendere (solamente) dai risultati sportivi.
Tutto ciò però visto in un rapporto di rispetto tra società e tifosi che sono i principali fruitori del prodotto calcio.
Senza tifosi, nessuna squadra di calcio avrebbe modo di esistere. E' un meccanismo naturale al quale nessuna società può opporsi. E' di vitale importanza per noi prendersi cura del tifoso e delle sue esigenze, anche e soprattutto perché in questa maniera abbiamo la possibilità di creare un rapporto di stima e fiducia. Senza questo ce ne rimetteremo noi in primis, con una conseguente perdita di affetto da parte di chi vede in questi colori e in questa società una vera e propria ragione di vita.
Il fatto è che molti presidenti tradiscono la passione dei tifosi, perché di quello che avviene nel rettangolo di gioco, non gliene importa granché.
Per loro il calcio, l’industria del calcio, è solo un mezzo per fare affari ed è una specie di immunità diplomatica che serva a coprire le loro magagne.
C'è da chiedersi, però, guardando la realtà dei fatti, quanto realmente contano i tifosi per una società di calcio?
Se è vero che una volta senza di loro il calcio non avrebbe avuto senso di esistere, è allo stesso tempo vero che, oggi, in tutti i campionati europei, a causa del multi milionari investimenti di capitali stranieri, dei contratti anch'essi milionari, dei diritti tv e delle decina di migliaia di accordi di sponsorship, la figura del tifoso è cambiata.
E il rapporto con la società diventa sempre più difficile perché il presidente vuole fare prima di tutto degli affari, spesso in modi molto discutibili, senza stare a guardare il risultato tecnico sportivo, mentre i tifosi, che ormai cominciano a discutere di bilanci e di programmazione, vorrebbero vedere i milioni incamerati, utilizzati per il rafforzamento della loro squadra, e non servire per investimenti, a volte, in settori che con il calcio non hanno nulla da spartire.
Ci sono anche quei dirigenti che dicono che il tifoso è solo un cliente, ma anche piuttosto povero, perché nella economia generale del sodalizio, il loro apporto è quantificato in una percentuale piuttosto bassa e operano senza considerarli e, se fanno delle richieste, li zittiscono anche in modo arrogante.
E allora come si conciliano le due esigenze?
Molti dirigenti associano il tifo calcistico alle risse e al comportamento violento di alcune persone allo stadio; ma questo non è il vero tifo: il vero tifoso è colui che non ha bisogno di certe manifestazioni esteriori violente per dimostrare la sua passione, ma è colui che questa passione la sente forte nella sua persona stessa.
Il guaio è che ci sono anche molti tifosi che esagerano nel senso che sono malati di calcio e vivono la loro passione in modo così acceso da sembrare in preda ad attacchi di febbre, come accade a chi contrae il tifo.
E alcuni presidenti si lamentano del fatto che, nel passato, gruppi organizzati di tifosi hanno avuto concessioni e poteri che non hanno fatto altro che accrescere un inspiegabile potere in mano a personaggi che altro non sono che bulli in cerca di un briciolo di visibilità.
Oggi nel calcio, pare che si siano invertiti i ruoli, che ormai gli attori non siano più i calciatori ma bensì gli spettatori.
Sorgono spontanee delle domande: chi è il vero tifoso? Qual è la linea di confine tra tifo e fanatismo?
Quel fanatismo che spesso fa paura a dei presidenti che preferiscono uscire dal calcio quando non rende con le ''ingegnerie finanziarie e fiscali'' che consentono loro di arricchire in poco tempo, fregandosene dello spirito dei tifosi, per poi abbandonare a cuor leggero, alla faccia di chi si ''ammala di tifo'' per seguire e sostenere la propria squadra. (Gianni Lussoso)