IL CALCIO QUANDO ERA SOLO PASSIONE
13/06/2018

Mi rendo conto di essere un inguaribile romantico in un mondo in cui le persone sono giudicate non per i sentimenti e per i valori che hanno ma dal conto corrente in banca e dalla cilindrata della macchina che guidano.
Eppure amo ancora il calcio e mi piace scrivere delle sue emozioni che sa dare a chi lo vive con la leggerezza del bambino che, comunque, è in tutti noi, anche se molti lo hanno affogato sotto gli strati della ingordigia e della passione per lo sterco del diavolo.
Non voglio insistere sulle motivazioni per le quali il calcio piace a tantissimi milioni di persone che da domani tiferanno per delle nazionali mentre a noi italiani sarà consentito solo di fare da spettatori lontani.
Nemmeno voglio riempirmi il cuore nel ricordo delle fantastiche giornate che ho vissuto al Rampigna quando Melatti entrava sulla pista, prima della partita, e faceva il giro del campo con una fascia biancazzurra piegata sul braccio sinistro mentre teneva la destra a pugno chiuso sul petto, ma non posso non dolermi del fatto che il calcio, oggi, è stato trasformato in un miserabile cesso in cui galleggiano in non discorde brama tutti i protagonisti (dirigenti, tecnici, calciatori, giornalisti della carta stampata, dei “media” televisivi, dei social) del lercio sistema “calcio”, nelle cui vene trascorre non più il sangue, ma la “pecunia”, a differenza di quella circolante tra gli antichi romani, che Vespasiano accettava di buon grado con la certezza che ''pecunia non olet''.
Tutto alla faccia di chi crede nel calcio e di quegli idioti che dalla vittoria della squadra per cui tifano, trovano illusori incentivi a illudersi che loro stessi, le loro famiglie, i loro figli, la loro città, la società, in cui vivono, abbiano superato le difficoltà di tempi travagliati.
Eppure, la squadra per cui tifano, per la quale spendono tutti i loro, a volte, magri introiti in acquisti di biglietti, di abbonamenti, per seguirla in lungo e in largo per la penisola e, perfino, all’estero, è composta, per fortuna ci sono anche esempi positivi, da ometti che sfoggiano tatuaggi e poco altro e che, se aprono bocca, confermano che Dio ha dato quasi tutto il valore nei loro piedi e quasi nulla nel cervello.
Da adolescente, assiduo frequentatore del Rampigna, il “calcio” è stato la mia prima, grande passione; da vecchio, mi accorgo amaramente, che è diventato solo sollecitazione a una curiosa informazione sugli aspetti di esso sportivi e sociologici degradati.
Devo amaramente ammettere che oggi il calcio è solo mercato a tutti i livelli: partite truccate, giocatori che passano nella stesa stagione da una squadra all'altra, dirigenti che non amano il calcio ma solo ciò che esso può dare in termini di affari e di mercanteggiamenti vari. Sono diventati abili mestieranti che sanno di plusvalenze fittizie, di operazioni truccate per fare soldi speculando sulla passione dei tifosi, di quelli che nella quarta settimana del mese vivono situazioni pesanti.
Assisto a un calcio che non è più passione, ma non sa più nemmeno di spettacolo, mi pare solo un caravan serraglio e una fiera delle vanità.
La vanità di chi lotta per arriva a sedere sullo scranno presidenziale, non per dimostrare ai propri concittadini la loro capacità di amore e di fede sportiva, ma solo per assicurarsi le chiavi giuste per entrare nei salotti riservati dove si programmano le ''ruberie'' di vario genere ai danni della città. E i tifosi hanno capito tutto questo e non ci stanno e i presidenti, oggi, sono più dei nemici da cui difendersi che i rappresentanti della forza sportiva di una città. (Gianni Lussoso)