IL CALCIO DEL MALAFFARE
25/01/2018

Il calcio rappresenta un focolaio di interessi molto importanti e particolari e si ha l'impressione, però, che ci sia pochissima voglia di indagare seriamente e di fare veramente pulizia nel mondo del calcio, sbattendo fuori da questo sistema chi bara, chi viola le regole, chi evade il fisco e da anni si arricchisce grazie ad operazioni illecite con cui si riempiono conti all’estero svuotando le casse delle società. Eppure, basterebbe poco a trovare il marcio e a svelare un sistema in atto da anni perché la cosa è sotto gli occhi di tutti, ma tutti fanno finta di non vedere e di non capire.
Per capire il meccanismo basta riflettere su certi passaggi relativi ai prestiti onerosi di giocatori che sono tesserati in Lega e nel contratto depositato risulta che l’ingaggio del giocatore è pari al minimo salariale. Insomma, un giocatore che dalla Società Vattelapesca guadagnava quasi 4 milioni di dollari esentasse, viene qui e firma un contratto a meno dell’1% di quello che prendeva prima? Normale? No. Infatti, quei tre milioni di euro versati a Vattelapesca non sono per il prestito, ma per pagare lo stipendio del calciatore. E si evadono milioni di euro.
Da molti anni, poi, per alcune società le vie del mercato portano sempre se non esclusivamente in Sudamerica: e non solo per via del talento dei calciatori brasiliani, argentini o uruguagi. In quella zona, infatti, si è concentrato l’interesse di alcuni investitori dell’Est o dell’Asia, che attraverso alcuni fondi di investimento con sede nei paradisi fiscali di tutto il mondo, acquistano parte del cartellino dei calciatori più promettenti del calcio sudamericano. I giocatori, quindi, diventano una sorta di “multiproprietà”, con frazionamenti che a volte rendono complicate le trattative ma che, soprattutto, impediscono di sapere alla fine dove finiscono i soldi spesi da chi compra.
Le “multiproprietà” dei cartellini dei giocatori, sono l’ultima frontiera del business nel mondo del calcio, ma anche di una forte evasione.
Il calcio è considerato una “lavatrice”perfetta per pulire soldi. Giocatori sconosciuti o quasi pagati anche cinque, dieci volte il loro reale valore; ragazzi di 16 anni acquistati per cifre da capogiro e inseriti nelle formazioni giovanili per poi uscire di scena dopo qualche anno, con i tifosi a domandarsi che fine hanno fatto quei calciatori strapagati. Nel mirino sono finite da anni soprattutto le operazioni con il Sudamerica, un mercato molto fiorente per chi vuole fare un certo tipo di “affari”; un mercato che è diventato per alcuni club italiani una sorta di pesca miracolosa. Ma certe operazioni ripetute da parte di alcune società, hanno fatto drizzare le antenne sia all’Agenzia delle Entrate che alla Guardia di Finanza. Così, dopo l’inizio di una trattativa tra Agenzia delle Entrate e Lega Calcio per fare chiarezza sul pagamento dell’Iva del 22% nelle operazioni di prestito o di comproprietà dei giocatori (finora quasi totalmente evaso dalle società di calcio), destinati alle prime squadre o ai settori giovanili, nel mirino sono finite tutte le operazioni con l’estero (soprattutto con il Sudamerica) che consentono la creazione di “fondi neri” con un meccanismo che diventa semplicissimo quando il giocatore è in parte o totalmente di proprietà di una società non calcistica, ovvero del club in cui gioca.
Ora si sono inventati nuovi trucchi per continuare a fare soldi facili alle spalle dei tifosi ai quali propinano “bidoni” o comunque giocatori o ragazzini messi a bilancio a cifre che a volte arrivano anche a essere cinque - dieci volte il loro reale valore di mercato e poi finiscono nel dimenticatoio. Oppure esplodono, consentendo a presidenti e procuratori di fare l'affare dell'anno. E qui entrano in gioco i fondi di investimento che “finanziano” le campagne acquisti dei club, lasciando in pratica in leasing i calciatori alle società in cui giocano.
Uno dei filoni d’inchiesta dell’Antimafia riguarda il tema della proprietà delle società di calcio, del riciclaggio attraverso i club e delle altre forme di illeciti economico-finanziari perpetrati dalle organizzazioni criminali. Le società ormai hanno fatturati giganteschi, alcune sono quotate in Borsa, il giro di affari sfiora i quattro miliardi ed è comprensibile come siano crescenti i rischi di ingerenze delinquenziali. E ormai non si può più neanche ragionare solo in termini nazionali, perché gli intrecci si perdono in Paesi dove sono risibili i controlli. Il quadro d’insieme è comunque devastante: dal 2000 sono fallite 162 società calcistiche, a causa soprattutto di una rete di controlli che in passato si è rivelata un vero colabrodo. Secondo il Gruppo di azione finanziaria internazionale, organismo di coordinamento delle politiche di lotta al riciclaggio, tutto questo si «unisce a un livello di professionalità dei protagonisti non sempre adeguato». Inoltre, «gli enormi flussi generati dai trasferimenti dei calciatori, dei diritti televisivi, delle sponsorizzazioni, del merchandising, seguono vie non sempre trasparenti».
Questa è la storia del calcio del malaffare, della melma degli affari illeciti, dell’evasione fiscale, dei tentativi di falsare le partite, del calcio scommesse.