NECESSARIO SMETTERE DI INDOSSARE LE MASCHERE
15/11/2017

Viviamo in un mondo di maschere nel quale, chi è preposto per professione a cercare e dire la verità, si astiene dal dire quello che si pensa, perché teme di essere etichettato come persona non conforme, fuori dalle regole.
Quello che dovrebbe essere un vantaggio, un pregio, ossia l’essere verità, dire la propria verità, in realtà diventa una “scomodità” per il sistema, per chi ci circonda e per chi ogni giorno è abituato ad indossare una maschera diversa.
Un mondo che abbiamo costruito noi stessi, fatto di apparenza, e di rapporti umani e professionali di circostanza; dire quello che si pensa è spesso considerato poco opportuno specie se non coincide con quello che pensa il padrone di turno.
In pratica preferiamo indossare una maschera, per adattarci a persone, eventi e luoghi. Queste maschere sono frutto delle paure ereditate da chi ci ha preceduto in questa società, nella quale esiste la paura tangibile di risultare inadeguati se si è sinceri, paura di rimanere soli, di non poter utilizzare i vantaggi che l'amicizia del padrone può offrire.
Più di un tifoso ha espresso simpatia verso il mio modo di fare giornalismo ma dice che sono emarginato dal padrone di turno.
Che significa questa paura? E perché, poi, emarginato? Forse perché non sono in uno di quei salotti servili? E che vantaggio ne avrei professionalmente parlando? Ho una mia rubrica quotidiana su TVQ. Ho una rubrica settimanale, il lunedì in cui, insieme al collega Ermanno Ricci analizzo i fatti del Pescara.
Dunque sono tutt'altro che emarginato, anzi, per il padrone di turno sono ben troppo presente sulla scena del giornalismo locale.
Le mie rubriche quotidiane, poi, oltre che su TVQ, sono visibili su Youtube.
Quindi la mia presenza costante e quotidiana lascia il segno più di quanto possano pensare quelli che vorrebbero minimizzare il peso del mio lavoro o quelli che, in buona fede e anche con simpatia, credono che io sia emarginato. Per capirlo basta notare come si ''incazzano'' quelli che sono presi a oggetto dei miei servizi giornalistici
Riconosco che ci vuole un po' di coraggio per dire quello che si pensa, perché bisogna abbattere questa paura ancestrale, la paura di restare soli, la paura di non essere capiti, la paura del giudizio o di ritorsioni nei propri confronti.
Alcuni colleghi pensano che sia molto più facile lavorare fidando sull'amicizia del padrone di turno, dimenticandosi che il giornalista deve cercare la verità per i suoi lettori e non la ''pacca sulle spalle'' del padrone che, raggiunto i suoi scopi, lo allontanerà con un calcio nel sedere.
Il rispetto di se stessi e quello dei lettori o ascoltatori è il vero premio a cui bisogna ambire.
Noto la sofferenza intima di alcuni che fanno il mio stesso lavoro perché sanno di sbagliare nel fare, per “convenienza” gli zerbini del padrone o i reggitori di microfono ma so anche che queste persone, alcune spiccano per doti umane, si sentono costrette a non potersi esprimere a proprio piacimento, scelgono di recitare un “ruolo”, quello del dipendente burattino, e il prezzo da pagare è sempre quella maledetta maschera da indossare.