DA ERNEST HEMINGWAY A GIANNI LUSSOSO, OVVERO “IL VECCHIO E IL RAGAZZO” (ALFONSO VIOLA)
29/09/2017

Da Ernest Hemingway a Gianni Lussoso, ovvero “Il Vecchio e il Ragazzo”, Pescara, APE, 2017, euro 15.
Siamo davanti alla storia commovente e avvincente del rapporto padre-figlio. Gianni Lussoso, prendendo le mosse dal romanzo byroniano dello scrittore americano Hemingway (1952), “The Old Man and the Sea”, parla dei ricordi della vita col padre “Barba” (detto così per la lunga barba, ma anche per le rughe e l’aspetto austero ma liberale che promanava dai suoi lineamenti) in un inseguimento a-temporale da “stream of consciousness” che ricorda il flusso del mare su cui il vecchio marinaio coleridgesco di Hemingway insegue, byronianamente come ribelle, il pesce marlin mostruoso della storia.
L’ “Avvertenza dell’autore” espone i credo e la struttura su cui si fonda anche questo romanzo biografico. Esso è innanzitutto un atto dovuto verso il padre dell’autore, Giuseppe. Questa “doverosità” si nota in tutta l’opera. Infatti, lo scrittore DEVE pubblicare e scrivere quest’opera; egli la sente dentro di se profondamente, tanto che la pubblicazione viene un parto quasi difficile. La stesura finale, pur essendo intessuta di refusi di stampa, tutto sommato non distrugge, anzi carica l’opera di valore critico ed emotivo. Potremmo vedere in questi errori la mano dell’anglista Lussoso che, da Romantico e Modernista inglese che è, ci inganna – positivamente – e ci invita a “ragionare” con l’opera, ovvero: gli errori potrebbero essere voluti, per cui non glie ne faremo una colpa.
I grandi temi del romanzo sono, oltre all’amore paterno (e materno), il tema della guerra e del fratello Enzo morto in guerra (a cui l’io narrante si rivolge spesso come se fosse il suo angelo custode), la grande Pescara del dopoguerra con le sue mitiche osterie, il teatro Pomponi e la sua vita affettiva e culturale.
L’autore si rivolge al lettore e lo invita a leggere ed a prendere spunto per la vita, e dice come il personaggio principale sia il vecchio visto con gli occhi del ragazzo, nel periodo che va dal 1940 al 1960 circa. I “ricordi” sono presentati da una voce narrante che rappresenta appieno lo scrittore. Si tratta di ricordi e sensazioni vissuti e sentiti nostalgia in tarda età.
Il vecchio è sempre stato per il ragazzo un uomo con tutte le esperienze e i segni che la vita gli ha inflitto. Egli per il ragazzo è sempre stato un esempio di vita e di impegno sociale, politico e familiare.
Il romanzo non è un’esercitazione letteraria, ma “qualcosa che si deve al padre”, un ritratto letterario di stampo psicologico. Un padre che ha dato tutto per i propri figli, che ha preferito di non dare consigli per non interferire con la loro vita. Lui era solito dare “gli strumenti morali e culturali per capire quali scelte fare. Spesso, però, mi sono accorto di aver fatto delle scelte inopportune, e ho pagato a volte anche duramente i miei errori, ma è certo che non ho nulla da rimpiangere perché, come voleva Barba, ho vissuto pienamente la mia vita e non ho mai dovuto addossare ad altri colpe che erano solo miei (sic nel testo) né dividere con altri meriti che erano soltanto miei”.
Barba lo ha fatto diventare l’uomo che lui desiderava e non come gli altri avrebbero voluto che fosse. Mentre la sua figura è disegnata, come direbbe Forster, “a tutto tondo”, quella del ragazzo è più che sfumata. L’autore si augura che i lettori possano trovare, nella lettura del romanzo, “qualche buon momento di riflessione”. Premesso che anche la figura del ragazzo è delineata con contorni chiari, non si dimentichi, come viene fuori alla fine, che la voce narrante chiama il ragazzo “figlioccio” e, dunque, potrebbe essere un compare. Tanti sono dunque i “buoni momenti di riflessione” a cui ci invita l’opera.
Ma quella della voce narrante non è l’unico segreto da scoprire. Leggete e capirete.
ALFONSO VIOLA (docente di letteratura inglese)