ORA VENDONO ANCHE IL NOME DEGLI STADI
09/08/2017

Tifosi, aprite gli occhi, e rendetevi conto che il calcio è cambiato per i padroni del vapore. Non si veleggia più in mare aperto per scoprire altri orizzonti di successo sportivo, ma per rimpinguare, quanto più sia possibile, le casse dei suddetti padroni.
Sono tutti dei pirati, all'assalto delle piccole isole che sono rappresentate dalla passione dei tifosi, spremuti anche per le amichevoli di quartiere, e che nulla possono dire e fare per arginare lo strapotere di questi dirigenti - per fortuna non tutti - che di sportivo non hanno nulla, ma sono solo degli affaristi esperti in ingegneria finanziaria.
Il calcio, oltre agli schemi ed i principi di gioco delle squadre, sta diventando sempre di più un fenomeno aziendale in cui assume importanza anche l’aspetto societario ed il relativo modello di governance che viene adottato.
Il cosiddetto “presidente-mecenate” è un imprenditore di successo che investe nella squadra, spinto dalla passione, oppure al fine di ottenere un ritorno in termini d'immagine o pubblicità; in questo caso l’approccio al business è puramente soggettivo, senza lasciare spazio a figure manageriali competenti, che ha come conseguenza la mancanza di un’adeguata pianificazione strategica.
Il calcio italiano ha ottenuto, infatti, i migliori successi, sia in ambito nazionale sia internazionale, quando vi erano mecenati pronti a investire, ma l’evoluzione del sistema calcio sta trasformando questa disciplina in qualcosa di completamente diverso da ciò che vorrebbero continuare a seguire e amare i tifosi.
La tifoseria non è rispettata perché incide poco sui ricavi dei padroni di turno che, analisi alla mano, dicono di poter fare a meno dei tifosi perché rendono una piccola parte delle entrate possibili con le varie operazioni di plusvalenze fittizie, delle varie forme di merchandising portate all'estremo, del mercato umano espresso in tanti giorni di compravendita estiva e invernale, tanto è vero che, dopo aver accettato, per i grandi guadagni relativi, i diktat degli editori televisivi, ora si vendono anche il nome dello stadio.
Cominciate da subito ad accettare l'idea che tra non molto non sentiremo più parlare di Stadio Dall'Ara, di Stadio Atleti Azzurri d'Italia, Stadio Marcantonio Bentegodi, Stadio Luigi Ferraris, Stadio Meazza, Stadio Renzo Barbera, Stadio Oreste Granillo, Stadio Artemio Franchi, e via dicendo.
Per ora avremo, a brevissimo, lo Stadio Allianz Torino (fino al 1923), poi avremo qualche potente fabbrica di preservativi e chissà che altro.
E il nostro Stadio Adriatico che nome potrebbe prendere?
E poi, dato che ci siamo a riflettere su questo tema, non è vergognoso lasciare il glorioso Rampigna nelle condizioni in cui si trova?
Intanto i tifosi vengono sempre più svillaneggianti e non rispettati. Basti pensare al fatto che pagano un abbonamento credendo di avere la possibilità di vedere all'opera determinati giocatori che, con un movimento di prestigio, passano ad altre società avversarie e nello stesso campionato.
Non sarebbe ora di dire basta e pretendere che una minima quota societaria sia messa da disposizione di un rappresentante scelto dalla tifoseria e che possa rappresentarla in sede decisionale?
Fino a quando dovrete subire le posizioni di piccoli arricchiti arroganti e arrampicatori sociali che speculano sulla vostra fede e sulla vostra passione? (Gianni Lussoso)