ALCUNI PRESIDENTI SONO DEI LADRONI!
08/08/2017

Un tifoso, non più giovane e, quindi, immaginavo più esperto della vita, mi ha apostrofato dicendomi che era giusto che Sebastiani guadagnasse con la sua attività di presidente del Delfino 1936.
Con educazione e con il mio carattere, che sa esprimersi anche a livelli di mitezza, l'ho ascoltato senza interromperlo e quando ha finito il suo dire ho precisato quello che penso sulla questione: è giusto che ci guadagni.
Intanto è bene ricordare che la Delfino 1936 è una SpA e non una ditta individuale intestata al signor Sebastiani.
Detto questo, è chiaro che l'attività societaria di una squadra di calcio debba essere indirizzata alla conquista delle finalità societarie e, quindi, a raggiungere la migliore quotazione tecnica e sportiva possibile, alla valorizzazione del proprio vivaio, e se al termine della gestione, dopo aver tentato nel miglior modo possibile di conquistare i traguardi prefissati, c'è un utile raggiunto, esso non è del presidente, ma di tutti i soci, in rapporto alle loro azioni. Il che, in soldoni, significa che se ci guadagna il signor Sebastiani, ci dovranno guadagnare anche tutti gli altri.
Il tifoso non ha detto nulla e se n'è andato, forse sempre convinto della sua tesi, se volete essere di aiuto, e io, visto che il mio interlocutore non voleva essere aiutato a capire, ho avuto il coraggio di lasciare perdere come recita un detto popolare “non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire”.
Però, ai fini di una migliore comprensione del problema, ho inteso scrivere e pubblicare questo articolo: Al cospetto del volume d’affari sempre crescente che si sta creando nel mondo del calcio, e con l’introduzione dello scopo di lucro per le stesse, non è più proponibile la figura del presidente “mecenate”, che non bada a spese per acquistare giocatori, e che copre le passività di bilancio con beni propri.
Oramai le società di calcio sono diventate delle vere e proprie aziende, e come tali devono essere gestite.
Negli ultimi quindici anni, con l’avvento di presidenti di società di calcio, di imprenditori come Silvio Berlusconi, Massimo Moratti, Sergio Cragnotti e Vittorio Cecchi Gori, giusto per citarne alcuni, oltre alla storica figura del compianto Avvocato Gianni Agnelli, le cifre investite per l’acquisto di giocatori e quelle elargite loro come ingaggi, hanno seguito una crescita esponenziale, fino a sfiorare, lo diciamo in tanti, l’immoralità.
Questo sistema di gestione è stato messo a dura prova nel 1995 dall’approvazione della sentenza Bosman, con la conseguente eliminazione dell’indennizzo di trasferimento e la libera circolazione dei calciatori all’interno dell’Unione Europea.
La risposta dei presidenti delle società calcistiche, purtroppo, non è stata per nulla rivolta alla prudenza, o basata sulla lungimiranza, e questo è ciò che ha mandato in tilt il sistema a distanza di pochi anni.
Per salvare il calcio, ma forse è meglio dire, per salvare alcuni presidenti, il 21 febbraio 2003 è stato approvato un Decreto del Governo italiano, poi diventato Legge n°27 del 2003, che ha permesso ai grandi club di salvare i propri bilanci economici.
Con questa legge, infatti, è possibile abbattere in un colpo solo l’intero valore economico del parco giocatori, ed ammortizzare le perdite derivanti da queste svalutazioni nei dieci esercizi annuali successivi, anziché nel bilancio oggetto dell’operazione, come succede per qualsiasi altra azienda.
Il passo per arrivare alle plusvalenze è stato semplice. Confondendo quelle che sono le plusvalenze lecite con quelle fittizie, alcuni presidenti, tra cui il nostro Sebastiani, istruiti e ammaestrati da Cragnotti, prima, e dalla GEA, dopo, hanno cominciato a operare con decine e decine di operazioni commerciali atti a creare movimenti di danaro.
Una vera girandola di contratti in entrata e uscita.
Perché si parla di plusvalenze fittizie? perché si ipotizza la cessione di calciatori a prezzi gonfiati rispetto ai valori di carico il più delle volte bassi in quanto provenienti dai vivai stessi, propri e altrui, cessioni che hanno avuto come corrispettivo altre cessioni, quindi scambio di giocatori, ti do un cane e tu mi dai due gatti, e non di liquidità.
E' così che molti giocatori hanno cambiato squadra a prezzi sempre crescenti non legati al loro valore di mercato. Ora per far tornare quadrare i conti e ridurre l'esborso di denaro vero, è nata la moda di accompagnare le cessioni a complessi meccanismi di prestiti e comproprietà.
Questi scambi senza soldi nascondono spesso atti di ingegneria finanziaria atti a far guadagnare chi? Il presidente ladrone o i soci della società o, per estensione, i tifosi che pagano l'abbonamento per ''rose'' acclarate e pubblicizzate e poi scompaginate per fini di lucro? (Gianni Lussoso)