LE STAGIONI DI GIANNI LUSSOSO
19/05/2017

Le stagioni della mia vita, Pescara, APE, 2013, euro 18.
Nel 2006 ho partecipato ad un volume curato da Leo Marchetti e Paola Evangelista dal titolo La musica delle stagioni, sul tema delle stagioni in letteratura, con il saggio “Le stagioni di Compton Mackenzie”. Se questo romanzo di Lussoso fosse uscito prima, senz’altro avrei scritto su di lui.
L’opera è narrata da un IO fittizio, sotto cui non può non riconoscersi lo stesso Gianni Lussoso, che narra gli eventi della propria vita senza mai mettere in luce il suo nome ed è divisa in “stagioni”. Come afferma lo scrittore, non si tratta di stagioni normali, poiché “La vita dell’uomo è un susseguirsi di stagioni non divise con precisione astronomica come quelle della natura, ma ognuna con le proprie leggi, il proprio stile e il proprio valore. Chi non vive una di queste stagioni, ma intende restare ancorato alla precedente, non raggiunge la piena consapevolezza della sua esistenza, anzi sarebbe condannato a viverla male essendo fuori del tempo. Ogni stagione della vita è bella e degna di essere vissuta. (…) (p.5).
Il romanzo risente di un intero filone di letteratura confessionale, da Ippolito Nievo a Thomas De Quincey (Confessions of An English Opium-Eater), anche se, a nostro avviso, l’opera si avvicina di più a Childe Harold’s Pilgrimage (1812-1816) di Lord Byron. Se infatti, come Nievo e De Quincey, Lussoso “confessa se stesso”, mentre l’autore inglese confessa i suoi viaggi nell’oppio e Childe Harold i suoi in Europa, l’io di Lussoso “confessa” (sia consentita la iterazione del termine) la sua vita intensa come giornalista e professionista, ma anche di impenitente donnaiolo, con due mogli, una convivente e ben otto figli.
Se Byron fa muovere per l’Europa un cavaliere errante di stampo medievale con tutti i suoi pensieri e meditazioni, così fa Lussoso, che narra la sua storia attraverso un viaggio si, ma mentale, che tiene conto degli eventi storici a livello mondiale come a livello locale, con particolare riferimento all’aspetto filosofico, per cui lo schema rintracciabile nella narratio lussosiana è il seguente: considerazioni filosofiche – considerazioni storiche – narrazione della storia personale. Il quadro che ne viene fuori è quello di uno storico e, soprattutto, di un filosofo attento ed assorto nei pensieri, che spesso e volentieri si avvale di citazioni critiche importanti. Il romanzo (Byron sottotitolava il suo CHP “A Romaunt”, in francese) segue tutte le regole e tutti i crismi del genere letterario di cui si fa portavoce, dall’io narrante generico ad una trama che, essendo vero “plot”, e seguendo gli schemi convenzionali del “confessional novel” di stampo britannico, pur conferendo nello schema suddetto, tende a creare una profonda armonia degli elementi.
Le stagioni della vita dell’io di Lussoso sono la gioventù, l’adolescenza, la maturità, la vecchiaia. Lussoso descrive se stesso assieme ed in contemporanea ad un mondo intero in cambiamento. Lussoso sembra esistere solo in virtù del fatto che esistano una storia ed un pensiero mondiali, e viceversa. Se mamma Gioia ed il dopoguerra non fossero esistiti, nihil sarebbe stata la storia dell’io narrante. Gran nuotatore e grande sportivo, grande giornalista sportivo e grande uomo della libertà, Lussoso non cede ai ricatti della società e ne odia i fronzoli. Odia i colleghi e gli allievi irriconoscenti, le donne le ama tutte ma poi, don juanescamente, sembra stufarsi, o per lo più l’amore si trasforma in disamore. L’io (che è nato nel 1940) suddivide la sua vita in periodi di circa vent’anni ciascuno. Ogni periodo, introdotto da citazioni letterarie (da quegli autori che Lussoso ama di più) mette a nudo una filosofia ed un io storico che narra della vita biografica solo alla fine. Ciò che è davvero importante sono per lui i veri sentimenti, i veri affetti, le vere amicizie, i veri amori, veri amori che per Lussoso coincidono solo con quello che, tramite l’angelo custode, si sperimenta con Dio, il vero padre di tutti gli uomini, e colui col quale Lussoso sente si riabbraccerà dopo la morte: “(…) e in tale attesa confiderò nel Signore che mi coprirà con le sue penne, e sotto le sue ali troverò rifugio. Mi farà scudo e corazza e non temerò i terrori della notte né la freccia che vola di giorno. Poiché lui è il mio rifugio, non mi potrà colpire la sventura e non inciamperà nella pietra il mio piede.” (pp. 249-250), così si legge nell’explicit, il “climax” dell’opera in quanto a commozione.
Un discorso a parte merita la Pescara di Lussoso, la nostra Pescara. Nonostante il periodo di azione svoltosi all’Aquila con Silvia, la prima moglie (famoso per l’episodio in cui Lussoso conosce Bruno Vespa), il romanzo è tutto pescarese, come l’autore. Joycianamente, Lussoso eleva la città a simbolo di un intero mondo, l’epitome epifanica di una città ancora utopica, ancora magica, ancora significativa di un malioso, anche se recente, passato, che oggi, ora, non esiste più.
ALFONSO VIOLA