PRETENDERE CHIAREZZA NON VUOL DIRE FARE GUERRA
03/03/2017

Diritto dovere del giornalista è di cercare la verità e non può essere ''accusato'' di fare la guerra al presidente di turno. Alcuni ''leccapiedi'', solo per sminuire il lavoro di ricerca del giornalista, tentano di lanciare l'accusa che lo faccia per partito preso perché ha dichiarato guerra al presidente di turno. Ed è così che certi personaggi, arrivati alla presidenza di una società di calcio, credono di potersi permettere ogni operazione possibile, anche al di fuori dei reali interessi societari, stornando operazioni con partite di giro e quant'altro, fidando sempre sul popolo bue che dice, ma il presidente deve guadagnarci... e si accontenta della pacca sulla spalla o del biglietto omaggio.
Orbene, considerando che, pur essendo società di capitali, le attività sportive sono particolari e non commisurabili alle aziende di produzione e/o di trasformazione, resta il fatto concreto che nessuno chiede ai presidenti (faccio considerazioni generali, non legate al Delfino SpA) di rovinarsi per ''far divertire i tifosi'' ma che la gestione, oltre che oculata, sia veritiera e che i ''guadagni'' della gestione siano in parte investiti nel rafforzare il patrimonio societario.
Come dire che se un presidente della società ''Vattela pesca'' per necessità proprie personali fa delle operazioni border line a discapito della società stessa, il presidente dovrebbe essere richiamato e dai soci, ma anche dalla stampa specializzata.
Quando dico stampa specializzata mi riferisco a quella stampa con competenze specifiche e non ai redattori di tabellini o ai treppiedi umani pronti solo a far da eco al padrone di turno.
Pertanto questo giornalista, se riceve la dichiarazione ufficiale del presidente, per esempio del Delfino 1936, che dice che tutto è chiarito nei bilanci, e trova che nel Bilancio 2015 -2016 alla voce plusvalenze trova Caprari con un valore di 5,5 milioni e di contralto trova sempre la voce Biraghi acquistato per 5,4 milioni, deve chiedere al presidente perché ha messo in bilancio Caprari pur sapendo che l'operazione è datata 8 luglio e che quindi dovrebbe essere messa a bilancio nel 2016/2017 e che significato ha, dal punto di vista tecnico, perdere Caprari e avere Biraghi con una differenza di 100 mila euro!
Inoltre, sempre guardando il Bilancio, senza studiarlo approfonditamente, perché potrebbero uscire anche altri conti discordanti, come non chiedersi il significato vero della voce ''Altri ricavi e proventi'' per 18.687.753 di euro. Quali?
E poi come mai questo bilancio è sempre in rosso nonostante le vendite importanti realizzate e le assicurazioni del ragionier Sebastiani che la società naviga tranquillamente, mentre il suo stesso mentore, il giovane Alessandro Moggi, dinanzi a testimoni, si è lasciato andare e parlando di una possibile vendita a stranieri del Delfino ha detto che non è possibile data la situazione debitoria della società pescarese, ma che non si sorprenderebbe più di tanto se avvenisse, considerando che il ragionier Sebastiani è capace di fare mille giravolte (noi a Pescara le chiamiamo MAULE) e che non lascerà mai la presidenza perché è la sua unica vera attività redditizia e che non accetterà mai di lasciare la società a chicchessia e, in special modo, a Iannascoli.
E quando il solito lecchino di turno per cerca di rimestare le acque accusa il socio Iannascoli di voler vedere i conti e dice ''Perché non li conosce?'' dovrebbe sapere che il presidente del Delfino, essendo una SpA, e non più una srl, può tenere segreti i dati sensibili anche al socio importante (Iannascoli circa 30%) considerando questi dati sensibili, che farebbero scoprire molti altarini, come segreto aziendale che solo lui può conoscere, gestire e... manovrare.
Pubblicare quanto sopra è un dovere del giornalista. Non è fare guerra al signor Sebastiani, che all'articolista interessa nulla o quasi, ma è domandarsi come il presidente Sebastiani gestisce una società che non è, lo ricordi bene, un suo feudo personale.