UTOPIE?
11/10/2016

Chi crede ancora nel calcio come espressione di gioco e di divertimento, sbaglia indirizzo alla grande. Chi crede che tutti i risultati siano il frutto di una ben congegnata partita che esalta i valori tecnici e morali, sbaglia ancora indirizzo. Chi crede che i dirigenti siano tutti dei tifosi innamorati del calcio e pronti, di tasca propria, a sistemare i conti per garantire continuità alla società sportiva che rappresenta la città, sbaglia di nuovo indirizzo.
E, allora, mi chiedo, forse ingenuamente, qual è l'indirizzo giusto?
Quello che porta all'inferno dello sport, se quello sportivo esiste.
L'indirizzo giusto, quindi, quale sarebbe? Non è possibile saperlo perché, in anni e anni di mistificazione l'hanno nascosto.
Oggi abbiamo un allenatore, Cosmi, che si vede l'auto bruciata, forse, per dei risultati che non arrivano. Abbiamo avuto anche noi delle auto che hanno preso stranamente fuoco nel passato. Punti in classifica che sono persi o vinti per regole imprecise scritte, probabilmente, da chi ha altri interessi che non la correttezza e la linearità. Giocatori sostituiti, anche se il fenomeno non è proprio nuovo, che se ne vanno senza salutare il Mister. Giocatori che offendono reiteratamente gli arbitri nel corso di una partita e questi, spesso, devono far finta di non sentire, altrimenti le partite si chiuderebbero quasi tutte con le formazioni incomplete. Giovani arricchitisi in breve tempo senza avere il tempo di crescere con il cervello, oltre che con il conto in banca che sanno esprimere solo arroganza e poco rispetto per il mondo che li ha idolatrati...
Da ragazzo, giocavo per la Tiburfuoco, dei fratelli Nait, ed ero convinto che il calcio dovesse essere un gioco al quale partecipare per crescere, divertirsi e anche per fare carriera per quei pochi talenti che ci sono sempre stati nel mondo del calcio. Invece, sempre più spesso i ragazzi erano spinti dai genitori perché dovevano raggiungere obiettivi considerati elevati, cioè economicamente redditizi. E ricordo, oggi con un sorriso, anche se amaro, le pressioni che erano fatte agli allenatori che ebbi modo di frequentare perché i loro figli avessero il posto anche di quelli più bravi perché il ''papà'' era benestante. Un ricordo, ma non faccio il nome per carità di patria, è legato al mio presidente Ennio Nait: un papà molto benestante, un grosso nome nel mondo del commercio dei mobili, sollecitava la convocazione del figlio in prima squadra perché, a suo modo di vedere, aveva le carte in regola, fisiche e... ''pratiche'' considerando che lui era pronto a sostenere con un contratto di sponsorizzazione la squadra.
Quel ragazzo, in effetti, faceva colpo: più alto di me, con indumenti sportivi molto costosi: calzoncini imbottiti, ginocchiere come si usavano allora, scarpini morbidi e elastici e della giusta misura dei suoi piedi, mentre noi usavamo quelli datici in dotazione, di cuoio duro e sempre più grandi di numero, berretto con visiera molto elegante... Ma il presidente Nait lo liquidò con una battuta: Caro amico, ho bisogno di un ragazzo che pari e giochi bene, non di un figurino da esposizione... E fu così che giocai da titolare.
Anche oggi molti allenatori di società giovanili, accusano molti genitori di essere di cattivo esempio e di pretendere dai tecnici e dai loro figli cose molto diverse e lontane dalle reali possibilità del ragazzo. Genitori che offrono spettacoli indecenti durante gli allenamenti...
Credevo che i giocatori e i dirigenti avessero la necessità di dare il buon esempio, anche perché rientra nella natura umana la tendenza alla solidarietà, alla cooperazione, all’amicizia, e quindi siamo chiamati, mi dicevo, a coltivare il più possibile questi valori, queste tendenze.
Utopie che subito mi lasciarono, specie quando, da giornalista, entrai di più nel mondo del calcio professionistico ed ebbi la certezza di: Dirigenti che manipolavano partite e uomini per il raggiungimento dei loro guadagni; giocatori che si prestavano a delle ''combine'' scandalose; giocatori che facevano del gioco violento per emergere e nascondere i loro limiti tecnici; acquisti e cessioni fatti, non sul piano delle esigenze tecniche evidenziate dai loro allenatori, ma per esigenze di... bilancio, diciamo così, senza entrare, poi, nel losco mondo delle plusvalenze, delle lavanderie, delle scommesse... Utopie, dicevo, eppure, nonostante tutto, mi auguro che una ''tempesta'' sollevi un vento impetuoso che scacci tutte queste nuvole nere e faccia risplendere il sole per tutti quelli che amano il calcio come sport vero, come dimostrazione di vitalità, come spettacolo edificante.