LA CRITICA COSTRUTTIVA FA BENE
16/06/2016

Campionato fermo e prossimo torneo in serie A. Un momento entusiasmante per il Pescara, o meglio per il Delfino 1936, per i suoi tifosi e per il suo presidente.
Preso dal delirio di onnipotenza, che prende naturalmente tutti coloro che raggiungono un grosso risultato, il presidente si lascia andare ad accusare di critica ingiusta il giornalista che lo ha punzecchiato nel corso della sua presidenza e non capisce, o fa finta di farlo, quanto, invece, sia stata utile la critica espressa in questi mesi.
Intanto affermo un concetto che è basilare: E’ inviolabile il diritto di critica esercitato da un giornalista.
Comunque, invece di lamentarsi, il soggetto oggetto di critica dovrebbe tenere a mente che dietro una critica costruttiva, e mossa dal desiderio di migliorare uno status quo, risiede una grande opportunità di crescita sia personale e sia professionale.
Criticare è innato nell’essere umano. Tutto ciò che ci circonda è costantemente, consciamente o inconsciamente, passato al vaglio della nostra analisi. E ciò è un bene.
L’essere umano, infatti, può notare ciò che è perfettibile e attivarsi per migliorarlo.
Abbiamo il diritto di criticare ciò che vediamo e sentiamo, consapevoli che la critica ben capita e assimilata apre e offre nuove possibilità.
La critica costruttiva è un’abilità complessa che comprende assertività, empatia, comunicazione, ascolto, gestione delle emozioni, motivazione.
Saper criticare costruttivamente è un’espressione di intelligenza emozionale, concetto espresso per la prima volta da Daniel Goleman come un ''modo particolarmente efficace di trattare se stessi e gli altri'', la capacità di motivare se stessi, di persistere nel perseguire un obiettivo.
Saper criticare presuppone, quindi, uno studio costante, un’analisi attenta delle varie situazioni, una concreta capacità di esposizione dei fatti e tutto ciò è possibile al giornalista se si mantiene libero da servilismi, da facili comunelle con il dirigente di turno, se non si adagia su un cameratismo che è sempre deleterio, perché un giornalista deve rispettare il “soggetto” dei suoi scritti o dei suoi interventi televisivi, ma non deve entrare troppo nel suo raggio vitale per non incorrere in quel rapporto ambiguo che porta il dirigente a pretendere che si dica o non si dica una verità, e il giornalista, diventato troppo amico, si ritrova nella dubbia posizione di chi non è libero di esprimere compiutamente ciò che il fatto di cronaca pretenderebbe.
Insomma, in poche parole, il presidente va rispettato ma tenuto a giusta distanza.
E’ assurdo pensare che, standogli molto vicino, si hanno le notizie di prima mano: questo lo pensa il giovane cronista ancora sprovveduto o fors’anche il maturo cronista insicuro dei suoi mezzi di comunicazione e della sua abilità di analisi dei fatti stessi.
La verità è che il presidente di turno ti passa le notizie che gli fanno comodo e tace sulle altre.
Quindi, il cronista vero, lascia la poltrona e il telefono, e si cerca le notizie parlando, incontrando le persone giuste e analizzando le varie possibilità conosciute e poi redige il suo “pezzo”.
Del resto, come si può pretendere di conquistare la fiducia del lettore, in questo caso del tifoso, che vuol sapere le verità, quando sa che quello che scrivi è ciò che vuole il presidente di cui sei il portavoce, il megafono, il reggitore del microfono?
Certo è che, lavorare in libertà, è più difficile, ma è molto più intrigante e fascinoso.
E poi, vuoi mettere la soddisfazione che ti deriva dal trovare il lettore che ti è grato perché gli hai fatto capire altri aspetti societari che non conosceva e che non avrebbe mai potuto sapere se non attraverso il tuo lavoro?
Fare il giornalista è una scelta di vita, oltre che professionale. Devi accettare che il tuo lettore ti dica bravo quando la pensi come lui, e non è il caso di esaltarsi più di tanto; e ti dica che non capisci niente, perché la pensi diversamente da lui, e in questo caso non ti devi risentire più di tanto. Tutti abbiamo il doppio pubblico ed è gioco forza farsene una ragione.
E in ultima analisi ho imparato in cinquantadue anni di professione che l’amicizia del presidente di turno è sempre molto pelosa…