IL TIFO OGGI
05/05/2016


La parola tifo ha origine greca ed è collegata a delle malattie che causano febbre alta e offuscano la mente, togliendo la lucidità. Probabilmente il legame con lo sport dipende dal contagio: il tifo è, infatti, una malattia contagiosa, l’entusiasmo per una squadra si trasmette tra le persone in gruppo poco prima di un evento sportivo.
Il tifo è un fenomeno sociale per cui un individuo o un gruppo d’individui si impegnano a sostenere con vivo entusiasmo la vittoria di un concorrente o di una squadra in una disciplina sportiva.
Come indica la parola, si tratta di un comportamento abnorme, diverso dal semplice parteggiare per questo o per quello.
La fortuna del calcio è nella sua scarsa oggettività. Il grande carrozzone del calcio è stato mantenuto in piedi proprio dalla sua scarsa oggettività nella quale si perdono i tifosi, arrivando a livelli di coinvolgimento esagerati.
Il calcio è cioè poco oggettivo perché serve così. Uno sport dove l’ultima in classifica può battere la prima è in grado di scatenare infinite discussioni che a loro volta aumentano il coinvolgimento dei tifosi.
Il punto centrale attorno a cui ruota tutto è la tifoseria, quest’essere dalle mille facce, ma con un unico destino: quello di far dipendere la sua felicità dal risultato della partita. Non ci si riferisce agli ultrà, che hanno una loro filosofia e una concezione di appartenza che esulano da quelle degli altri tifosi, ma al vero tifoso, magari corretto, ed emotivamente molto coinvolto.
Razionalmente si dovrebbe comprendere che: È assurdo spersonalizzarsi in una squadra, illudendosi di farvi parte. Chi vince lo scudetto sono i giocatori, l’allenatore, la società. Chi guadagna i soldi sono i giocatori, l’allenatore, la società.
Trovo così patetica, forse perché con l’età ho raggiunto un certo distacco, la frase “abbiamo vinto!”
Cosa abbiamo vinto?
Loro, hanno vinto e straguadagnato: giocatori, società, addetti ai lavori.
Il tifoso ha solo visto i suoi campioni comprarsi il SUV di ultima generazione o i vestiti griffati da tremila euro e passa… e continua, il tifoso, a lottare con le sue bollette a fine mese…
Da un punto di vista generale, la domanda principale da porsi è: Come si può, da persona equilibrata, lasciare il proprio umore alla mercé di ciò che fanno in campo i calciatori?
Far dipendere il proprio stato umorale da quello che è successo sul campo è completamente illogico e preoccupante. Il calcio diventa una droga che lenisce dolori più profondi senza che ci sia vero amore perché esso prescinde dalla dipendenza.
Il tifo sportivo è un indicatore esistenziale di sopravvivenza e non è un’espressione di un oggetto d’amore perché essi non portano con sé emozioni negative. Il tifo è molto più vicino all’amore romantico in cui è “naturale” soffrire per amore: il tifoso, infatti, giudica normale “soffrire” per la propria squadra.
Il tifoso arriva a mentire a se stesso e si convince di aver partecipato a qualcosa di grande, di aver vissuto un grande dramma o un sogno. Può disperarsi e pateticamente prendersi la testa fra le mani al fischio finale oppure gioire e strombazzare per tutta la notte per una “grande” vittoria. Esce per un momento dalla sua mediocrità e dalle sue insoddisfazioni esistenziali.
Il tifo è un modo di vivere di luce riflessa; il tifoso sembra incapace di vivere di luce propria. Una ricerca sociologica mostra chiaramente che le violenze domestiche aumentano quando perde la squadra del cuore, ma non è difficile trovare attorno a noi soggetti che diventano “intrattabili” quando la loro squadra è stata sconfitta.
La scelta del tifoso è da sopravvivente, perché non dà le migliori garanzie esistenziali. Non fa certo male provare emozioni, ma chi vuole vivere al massimo sceglie oggetti d’amore che minimizzano le emozioni negative, proprio come chi si sceglie la partner, se è intelligente, se la sceglie in modo da avere meno problemi.
Per tenerlo buono, gli imperatori romani, davano al popolo ‘panem et circenses’; oggi che si dà alla popolazione? Facile: Soap opera e calcio.
Paradossalmente il sopravvivente riceve emozioni positive che gli danno quel torpore sufficiente a non lamentarsi troppo di una vita che potrebbe essere migliore. Non a caso, i capi di Stato seguono personalmente gli eventi in cui sono coinvolte masse di tifosi, mentre mai seguirebbero manifestazioni sportive importanti, ma con poco pubblico.
Il gioco del pallone, pur tuttavia, è anche un enorme contenitore di risorse umane che offrono allo spettatore una possibilità di evasione unica nel suo genere, per alleggerire tensioni e stress che potrebbero trovare altri campi di espressione. Ovvio però che nei paesi dove la qualità della vita ha raggiunto livelli insostenibili, il tifo sportivo può assurgere a 'talismano esoterico' che può insinuare nella mente di alcuni soggetti più labili e provati la semplice uguaglianza: vittoria = bene, sconfitta = male.
Credo, quindi, che sia importante diffondere una nuova cultura sportiva che miri a una maggiore consapevolezza e a diffondere un concetto di tifo corretto basato sull’identificazione e il sostegno della propria squadra, ma anche sul rispetto degli avversari.