NON PARLARE AGLI ORECCHI DI UNO STOLTO
04/04/2016

Non parlare agli orecchi di uno stolto, perché egli disprezzerà le tue sagge parole. Come frutti d’oro su vassoio d’argento così è una parola detta a suo tempo.
Sono due massime che ho sempre in considerazione nello svolgere il mio lavoro di cronista. Non sono mie, ma studiate e assimilate da sane letture del libro dei “Proverbi”, uno di quelli della Sacra Bibbia.
Il fatto è che, spesso, nel mio lavoro, gli articoli scritti, arrivano dovunque, e non sempre i fruitori hanno la libertà morale culturale per accettarli per quelli che sono: pensieri scritti in riferimento a fatti concreti che possono, comunque, avere più di una visuale; dipende sempre dalle conoscenze e dalle “libertà” che il lettore ha.
Detto questo, ribadisco quelli che sono i miei pensieri (opinabili, se volete, ma dettati da correttezza professionale) sul momento del Delfino, squadra e società.
Dopo un periodo esaltante, fatto di risultati in cui in pochi speravano all’inizio, la squadra si è trovata a vivere una particolare tensione emotiva che mi fece scrivere “Attenzione a non confondere l’entusiasmo con la esaltazione, perché l’entusiasmo è positivo (parola che deriva dal greco: [en] dentro [thèos] dio). Il dio dentro, mentre l’esaltazione è un atteggiamento emozionale che induce stati d’animo quali insicurezza, angoscia, patofobia, con conseguente influenza negativa sullo stato di salute anche sportiva!
Le vittorie, la posizione in classifica, portarono i tifosi a dichiararsi così convinti della facile promozione da creare un “Peso” sul cervello dei giocatori che ne hanno risentito negativamente. Nella spirale dei risultati negativi subentrò anche la sfiducia e ben si sa come le grandi attese possono essere il preludio a grandi delusioni: così è stato fino a Terni.
Poi la squadra ha cercato con l’aiuto del mister Oddo di ricompattarsi e nel primo tempo contro il Como ha offerto una buona dimostrazione di gioco.
Ma le cariche emotive assorbite nelle ore precedenti la gara, si sono scaricate dopo i due gol di Lapadula, e il secondo tempo è stato un continuo soffrire quasi temendo il pareggio degli avversari. A dimostrazione di quanto sopra, la reazione di alcuni giocatori al termine della partita.
Il Pescara è questo: un complesso dignitoso che può battere chiunque se è in stato di grazia, ma può perdere con tutte le avversarie quando perde concentrazione, convinzione e quando mancano alcuni elementi portanti della formazione.
Detto questo, sono convinto, ma è un pensiero personale, che i Biancazzurri faranno i play off anche se non nella posizione migliore di classifica.
Ora vediamo la situazione societaria: C’è un presidente, Sebastiani che, arrivato a gestire un sodalizio in Serie A, anche per merito di altri, si è perso dinanzi a problemi per lui particolari e ha chiuso la stagione con una retrocessione e con record negativi nei vari aspetti tecnici della gestione. Poco male.
Tutti possono imparare se sono votati alla modestia, alla voglia di imparare.
Forte delle sue capacità nel gestire leasing e varie alchimie finanziarie, protetto da gruppi interessanti operanti nel settore calcistico ma anche economico, è venuto a trovarsi orfano di alcune realtà, e ha dovuto far fronte a delle scadenze alle quali, probabilmente, è arrivato impreparato.
Incapace di dialogare con i soci, poco esperto in comunicazione, con un carattere tipico dei “self made man” che l’ha portato a liberarsi di presenze da lui considerate scomode, si è ritrovato a dirigere la barca quasi da solo e a dover accettare “collaborazioni” che, forse, in altre occasioni, avrebbe evitato.
E’ stato richiamato alla realtà da un atteggiamento critico di Iannascoli che, pur essendo Amministratore Delegato, non si è sentito di avallare certe operazioni e certe presenze, e si è trovato nella condizione di presentare le sue dimissioni, prima e di difendere i suoi interessi, dopo.
Con spirito sereno, Sebastiani avrebbe dovuto capire i motivi del dissenso e tentare di ricucire lo strappo, invece l’orgoglio lo ha portato a credere di poter fare a meno di tutti. Il tempo gli dirà se ha avuto ragione o meno.
Queste sono le mie riflessioni scritte, commentate e da molti accettate e capite, da alcuni, no.
Ma fa parte del mio lavoro: doppio pubblico fatto di chi si riconosce nei tuoi scritti e ti apprezza e chi no.
Che nessuno pensi, però, che i miei commenti siano dettati da ruffianeria, partigianeria, o sentimenti astiosi nei confronti di chicchessia. Questi atteggiamenti servili li lascio ad altri.
Nel passato mi hanno etichettato in tutti i modi, ma il tempo, sempre galantuomo, ha fatto capire anche agli stolti di professione, che erano etichette fasulle.