ESALTAZIONE NO, ENTUSIASMO SÌ.
22/02/2016

Sto seguendo con particolare attenzione gli sviluppi “umorali” dei tifosi biancazzurri specie dopo la vittoria sul Perugia, i pareggi di Vicenza e Salerno e la sconfitta di Cagliari. Ho notato momenti di grande esaltazione e di entusiasmo.
Dico no, alla esaltazione, che può essere molto pericolosa, perché fa perdere di vista le reali connotazioni tecniche del campionato e dei valori della propria squadra e dico, invece, sì all’entusiasmo, che rappresenta la molla che ti fa superare anche gli ostacoli più duri.
Che lo sport sia oggi, come sostengono alcuni autori, “Una forma di compensazione di istanze psichiche deluse, o uno scarico di energia eccedente, o una via d’uscita per la realizzazione di aspirazioni tipiche della dimensione antropologica o allevate dalla vita quotidiana moderna”, è certamente corretto, ma l’interesse che suscita una squadra di calcio per i suoi tifosi, ed il suo successo, sono fondamentalmente legati al fatto che essa rappresenta l’espressione sociale praticabile più eclatante della ricerca di autoaffermazione.
Il calcio, proprio per la sua funzione di valvola sociale, rischia di esplodere per le pressioni e le esasperazioni che vi confluiscono, ma non si può negare che questo sia da imputare anche al fatto di aver occupato spazi e assunto ruoli che non gli competono.
Sono perfettamente consapevole che in un’epoca in cui è evidente la crisi delle ideologie, in cui è chiaro il ridimensionamento della militanza politica, e dove persino gli atteggiamenti religiosi soffrono di mancanza di prospettive, il calcio è la sola, grande religione praticabile. Ma non bisognerebbe esagerare.
Il tifoso biancazzurro usa da diverse settimane termini come: li asfaltiamo, li rulliamo, non ce n’è per nessuno, e via di questo passo con un’enfasi, a mio parere, pericolosa perché non fa vedere le giuste dimensioni e i veri rapporti delle diverse squadre impegnate nella conquista della promozione.
Con troppa facilità, a volte con superficialità, si parla di staccare la quarta di dieci punti o di annullare il distacco di otto punti con il Crotone considerando già acquisiti i tre punti dello scontro diretto che ci sarà fra alcune settimane. In tal modo si sovraccarica di responsabilità il gruppo dei giocatori e, di certo, non si favorisce il suo andamento in classifica.
La sconfitta non è più né accettata, né accettabile: va eliminata, rimossa nelle sue cause e nelle sue conseguenze.
Invece nel calcio, come nella vita, ogni sconfitta è utile, a patto di saperla leggere. A ciascuna sconfitta deve sempre seguire un’analisi approfondita e poi la sintesi, così da far nascere, nei giocatori, un processo di autocritica, individuale e poi collettiva. Il passaggio successivo, fondamentale, deve essere, poi, quello dall’autocritica alla solidarietà, che è poi l’anticamera alla voglia di rifarsi, il bisogno di ripartire per cancellare la negatività e, con essa, la sofferenza.
Ora il Pescara ha due turni interni, Ascoli e Trapani e la concreta possibilità di rifarsi: ma guai a farsi prendere dalla esaltazione e considerare i sei punti già acquisiti. Bene, invece l’entusiasmo che porterà i giocatori a dare il meglio e i tifosi a partecipare in gran numero all’evento, per la felicità propria e del cassiere del Delfino.
Intanto si vanno tracciando i termini della ricapitalizzazione che ci sarà entro il 7 marzo, dopo la riunione dei soci di fine mese. E anche qui ci sarebbero alcune cose da rivedere per il bene societario, ma l’esaltazione che ha fatto presa su Sebastiani, sconfigge l’analisi di cosa sarebbe bene per il futuro del sodalizio, dando preferenza al revanscismo nei confronti di Danilo Iannascoli e alla sua voglia di egocentrismo.