IL TIFO PER UNA SQUADRA È UNA MALATTIA.
01/02/2016

E’ proprio vero, il tifo per una squadra è una malattia. Simpatico ricordare che con il termine “tifo” si può anche intendere una vera e propria patologia. Infatti, il tifo è una malattia infettiva acuta a sintomi generali e locali provocata da un germe che le è specifico. E da qui che poi si è preso il termine tifoso, ossia parteggiare per qualcuno o qualcosa in modo così acceso da sembrare in preda ad attacchi di febbre, come accade a chi contrae il tifo.
Di per sé, parteggiare con passione per una squadra, non ha nulla di male, anzi. Sono le degenerazioni che infastidiscono e allontanano molte persone dallo stadio. Quando accadono fatti violenti, si fa finta di indignarsi e di ricordarsene quando muore o si ferisce gravemente qualcuno.
Le malattie si curano altrimenti, quelle come il tifo, contagiano altre persone. E se il tifo (la malattia) è stato debellato con le giuste medicine, il tifo negli stadi e il mondo degli ultrà continua tranquillamente a non avere una cura. Non sarà di certo un misero Daspo a risolvere la questione.
Il fatto è che certi ambienti in Italia esistono perché fanno comodo a tanti e la colpa principale del proliferare del tifo violento è di quei presidenti che, prima hanno sfruttato per i loro comodi i gruppi dei tifosi, e poi ne hanno subito pressioni e ricatti successivi, quando gli stessi gruppi avevano capito di essere una forza che poteva ottenere contributi per le trasferte, per le coreografie e per i propri bisogni personali (almeno per i capi).
Quando parliamo di ultras la nostra mente va alla violenza negli stadi, alle azioni aggressive, alla cronaca nera. I fatti accaduti a Pescara (Curva Sud) in occasione della partita di calcio con il Bari sono solo uno degli ultimi esempi della violenza legata al tifo sportivo.
Eppure essere tifosi, ha significati molto più complessi e più belli. Gli striscioni dei tifosi allo stadio, che si ricordano anche dopo anni, non sono solo quelli con messaggi razzisti, seppure numerosi, ma quelli con messaggi di grande ironia e creatività.
Il tifo sportivo risponde a un grande bisogno dell’uomo, quello cioè dell’identità sociale, l’identità legata all’appartenenza a un gruppo, a una categoria sociale. Il fenomeno del tifo va di là dalla presenza allo stadio, pervade il comportamento, le motivazioni, gli atteggiamenti delle persone anche nelle altre circostanze della vita. L’essere tifoso aggiunge un elemento importante alla nostra identità, ma non avrà lo stesso valore per tutti. Ognuno di noi può avere uno o più gruppi verso cui sente legami più o meno forti e ciò lo influenzerà nei comportamenti. Un tifoso che vede la partita da casa, seppure tutte le settimane, sarà diverso dal tifoso che fa ruotare la sua vita intorno alle partite preparando striscioni e coreografie durante la settimana. Per il primo l’identità sociale legata al tifo è poco importante, per il secondo tale identità è fondamentale per il concetto di sé e il risultato delle partite avrà un’influenza molto forte sul suo stato emotivo.
L’appartenenza a un gruppo, dunque, è motivato dal bisogno di autostima. Il tifoso s’identifica con la propria squadra e vive la sua storia come la propria. Ciò da una parte è fonte di tanta passione, dall’altra può essere fonte di tanta fragilità.
Quando l’identificazione con la propria squadra del cuore è profonda, avvengono due fenomeni: quello di “brillare di luce riflessa”, fenomeno per cui i tifosi dopo una vittoria della squadra si sentono essi stessi vincitori e usano frasi come “noi” abbiamo vinto, indossano per molti giorni successivi alla vittoria vestiti con il nome o i simboli della squadra, ed il fenomeno, solitamente dopo una sconfitta, dello screditamento dell’altra squadra.
Essere tifosi significa anche sentire da tifosi.
Molti studi evidenziano che chi ha un senso di appartenenza moderato proverà tristezza di fronte ad una sconfitta e sarà tentato di evitare gli avversari, quando invece l’appartenenza è forte l’emozione che si prova di fronte alla sconfitta è la rabbia che motiva la tendenza ad agire e ad avvicinare piuttosto che evitare l’avversario.
Spesso anche dopo una vittoria si avvicinano gli avversari per disprezzarli perché, denigrare, ha una funzione confermatoria, cioè afferma la superiorità del proprio gruppo e di conseguenza alimenta il senso di autostima associato all’identità sociale.
Ogni gruppo vive proprie dinamiche e quando due o più gruppi si incontrano produrranno dinamiche ancora diverse, date appunto dall’incontro tra più gruppi. Credo, concordando con le teorie dell’azione sociale, che i disordini tra le folle sono sempre frutto di scontri tra gruppi e non tra singoli. Allo stadio i gruppi sono i tifosi, le squadre, la polizia, le società sportive, i giornalisti e potremmo continuare a lungo.
L’interazione tra i diversi gruppi fa sì che un evento sportivo sia un incontro o uno scontro. Ciò non significa che non ci sono responsabilità individuali nelle azioni delle persone, ma che queste non bastano a spiegare fenomeni, come la violenza negli stadi, che vedono implicati tutti gli attori che partecipano all’evento. Se ciò è vero, allora è necessario pensare a interventi rivolti a tutti i gruppi promuovendo una cultura dello sport improntata a solidarietà e rispetto dell’altro, piuttosto che una cultura del controllo e della punizione.