A CHI APPARTIENE IL CALCIO?
16/12/2015

Mi sono posto questa domanda, non perché sia un romantico ingenuo del calcio ma perché, analizzando quotidianamente l’operato del presidente Daniele Sebastiani, mi rendo sempre più conto che il calcio appartiene ai maneggioni del business calcistico e che i tifosi rappresentano, oggi, solo dei clienti da sfruttare e nulla più. Altrimenti non si capisce l’ostracismo ad un personaggio come Danilo Iannascoli che ripropone, in sé, tutto lo spirito del tifoso.
Soltanto pochissime società, in Italia, possono dirsi limpide, la maggior parte “si contorce dietro società che rimandano ad altre società, amministratori che fanno da prestanome, fiduciarie dove il conflitto d’interessi è prassi”.
Uno scandalo.
E ti ritrovi in seno alla società personaggi che non si sa da dove vengono ma si capisce benissimo dove puntano.
Fallita la scalata alla Bcc di Cappelle sul Tavo, il gioiellino delle banche di credito cooperativo abruzzesi (è terza in Abruzzo nella speciale classifica di Milano Finanza delle banche leader nel 2014), ora tutte le operazioni tendono ad avere la possibilità di gestire e manovrare una bella cifra (40 milioni euro, più o meno) per il nuovo stadio.
Ma anche in questa occasione, l’ingordigia e la fretta hanno fatto partorire cuccioli ciechi…
La Soprintendenza ha chiarito i suoi paletti e sottolinea che “L’operato della Soprintendenza risponde al mandato istituzionale della tutela del patrimonio culturale, che si fonda su un espresso principio fondamentale della Costituzione”.
Nello specifico dello stadio Adriatico ecco quanto reso noto: “L’avvio del riconoscimento dell’interesse culturale fu richiesto proprio dall’Amministrazione di Pescara nel 2014 ed è stato accertato dal Segretariato Regionale dopo la delibera della Commissione Regionale del Mibact del 17 novembre 2015. Il Comune di Pescara non ha, tuttavia, ritenuto di partecipare al procedimento. Circa il progetto per il nuovo stadio, non è invece stato mai presentato.”
Che dire? Un’altra figura da peracottari dei politici e di chi li segue.
Sebastiani, che ora si attacca fortemente alla gestione del Delfino per dare un senso concreto e possibilmente positivo alla sua attività che risente di forti pressioni negli altri settori, sta tradendo, e non da oggi, la filosofia di vita che deve essere alla base di una società sportiva in generale, e di calcio in particolare.
Ha tradito i soci che non accettano il business a tutti i costi, e si appoggia a figure di secondo piano che accettino le sue posizioni, o cerca di far aumentare gli investimenti a chi non è del nostro tessuto sociale ma cerca operazioni di respiro finanziario non possibili nel suo Paese di origine.
Sebastiani dovrebbe imparare e capire che, al di là delle motivazioni, la fede sportiva per il proprio club è un dato di fatto inconfutabile che viene spesso sottovalutato da chi è a capo delle organizzazioni sportive.
Il mancato riconoscimento della centralità del fan (fan-centricity) è uno dei motivi principali che sta allontanando i nostri club dal percorso virtuoso di sostenibilità nel lungo periodo.
Il tifoso è un patrimonio inestimabile che non possiamo dare per scontato e la cui esaltazione risulta essere a mio avviso l’unica via verso il recupero del gap con i paesi “sportivamente” più evoluti e sarebbe ora che Sebastiani capisse perché non può considerare il tifoso come un normale cliente, o se volete, un cliente davvero speciale perché il tifoso è parte integrante della vita del club, al punto che i supporter si sentono in un certo senso i legittimi proprietari, perché costituiscono il vero DNA di un’organizzazione sportiva ciò che rimane nel tempo e sopravvive a calciatori, allenatori, manager e presidenti.
I colori, i riti, la storia, i ricordi delle sfide e degli eroi sono parte attiva della vita del tifoso. Quell’attaccamento alla maglia che si pretende dai calciatori è un concetto innato nel tifoso che è, quindi, il complemento ideale dell’evento sportivo, co-creatore del prodotto assieme ai protagonisti sul campo, elemento imprescindibile dello spettacolo e dell’esperienza che i titolari dei diritti (club e leghe) offrono ogni settimana.
Sebastiani, lei non può considerare il tifoso come un mero cliente. Il tifoso è anche un cliente, ma può diventare un super cliente perché nasce già con una fedeltà quasi incondizionata. Il tifoso è sempre presente non aspetta altro che essere coinvolto, non prende nemmeno in considerazione di passare alla concorrenza, si dimentica persino degli scandali che coinvolgono periodicamente club e calciatori.
Il problema è che c’è il rovescio della medaglia perché i tifosi nutrono aspettative nei confronti del proprio club, molto più alte di quelle di un cliente per un’azienda, marca o prodotto.
Il tifoso insomma vuole vincere, e il successo è qualcosa che i club non sono in grado di garantire.
Si tratta allora di pensare a delle strategie di coinvolgimento di massa che Danilo Iannascoli, da vero sportivo, ha ben capito e cercato di farle capire. Ma lei è troppo preso dal business e non vuole capire.
Recenti studi rivelano che un fan coinvolto spende dal 20 al 40% in più di un cliente normale ed è chiaro che il coinvolgimento è diventato una priorità per le aziende non solo del comparto sportivo.
Si tratta quindi di trovare nuovi modelli di gestione in grado di dare una risposta più umana alle persone che amano così visceralmente il proprio club. E per riuscirci, i dirigenti devono essere degli sportivi, e non solo affaristi in cerca di plusvalenze… (Gianni Lussoso)