MA L’EUROPA DOV’È? (SERVIZIO DI UMBERTO FRAGASSI)
15/11/2015

Ho visitato l’Expo il 31 ottobre nel giorno della cerimonia di chiusura. I numeri di questa kermesse sono sotto gli occhi di tutti e, nonostante i soliti bastian contrari che, regolarmente, si affannano nel criticare sempre tutto e tutti, penso valesse veramente la pena vederla. Chi, come me, crede che un giorno i popoli potranno vivere in pace tra loro, ha sicuramente respirato un’aria di universalità che è, in fondo, l’essenza stessa di una simile manifestazione.
Detto ciò, non è dato di sapere se, in quella circostanza, gli specialisti del terrore fondamentalista non hanno saputo esprimere il loro macabro potenziale di morte o se la cosiddetta “Intelligence” nostrana sia riuscita ad anticiparne le mosse. Certo è che sarebbe stata un’occasione davvero ghiotta per mostrare in mondovisione la cieca intolleranza verso modelli di vita riprovevoli e, pertanto, da ripudiare. Purtroppo, a Parigi non hanno avuto analoga fortuna ieri notte quando è andata in onda una sconcertante carneficina che spoglia, ognuno di noi, delle sue certezze e ci fa sentire indifesi anche dentro le nostre calde e comode abitazioni.
Già dal giorno del massacro nella redazione di Charlie Hebdò, la società civile si è interrogata su quali fossero le possibili contromosse da adottare per fronteggiare questo tipo di azioni ma, a giudicare da quello che è successo ieri sera, ritengo che si possa e si debba fare di più.
Gli obiettivi colpiti sono eloquenti: stadio, bar, ristoranti, una sala concerto. Tutti luoghi frequentati da infedeli che si divertono e gozzovigliano senza pudore e, quindi, meritevoli, di essere eliminati. Contro questa follia è difficile trovare soluzioni praticabili anche perché, prima dell’attacco dell’11 settembre, il pensiero comune era che in Medio-Oriente il fondamentalismo allevava i suoi futuri kamikaze fin dalla nascita in situazioni di degrado ambientale e culturale. Era perfino comprensibile che ciò accadesse.
Ma quando abbiamo scoperto che a farsi saltare in aria nel nome di Allah sono ragazzi nati e cresciuti nel cosiddetto occidente civilizzato, sono saltati tutti gli schemi rimescolando drammaticamente le carte in tavola. Perché se il cosiddetto Islam moderato nasconde questa atroce verità allora è necessario riconsiderare ciò che è stato fatto, o non fatto, finora in termini di integrazione. Interrogarsi sul perché l’Europa sia diventata tragicamente l’obiettivo principale dei tagliagole dell’Isis è doveroso quanto doloroso. Non facciamo finta di non sapere che dietro ad azioni anche così incredibili c’è sempre qualche tipo di interesse economico. Il petrolio o il gas iracheno, iraniano o libico pare riescano a scatenare gli appetiti delle grandi potenze “occidentali” che giocano, come in un grande, squallido e cinico Risiko per conquistare egemonie necessarie alla loro sopravvivenza. Quello che noi guardiamo, ma senza osservare, tutte le sere davanti ai nostri televisori a 72 pollici, è l’inutile e noiosa guerra tra Sciiti e Sunniti negli scenari geopolitici più importanti quali Siria, Iraq, Libia, Egitto, e Libano. In realtà, quelle stragi che ormai si replicano senza fine da tempo immemore, sembrano esclusivamente strategie dettate da interessi superiori. I Latini dicevano “Dividi et impera” e “Si vis pacem para bellum” quindi ciò che oggi realizziamo, magari con falso stupore, è sempre esistito. E’ con questo istinto mortale dell’uomo che dobbiamo fare i conti se vogliamo affrontare seriamente il problema.
La Fallaci, diversi anni fa, scriveva che è in atto una guerra di religione. Alla luce di tutti gli accadimenti, più o meno recenti, analizzati con tutti i filtri possibili, è difficile non darle ragione anche perché la Jihad mira a scardinare le nostre certezze, le nostre conquiste e la nostra libertà. E’ evidente che quello che stiamo vivendo è il secondo tempo di quel film andato in onda più di mille anni fa: è una crociata al contrario ma, stavolta, gli infedeli siamo noi!
Ma come accadde nella famosa battaglia di Poitiers in cui un giorno di ottobre del 732, i Franchi di Carlo Martello ricacciarono l'esercito arabo-berbero musulmano, così oggi dobbiamo reagire contro questa cieca violenza con determinazione ma senza cadere nel solito razzismo di circostanza.
Nella comunità cristiana della penisola Iberica, già in parte invasa da Berberi e Saraceni, quella battaglia venne considerata come un evento carico di un forte significato simbolico, per il quale l'occidente cristiano ritenne di aver fermato l'espansione araba. Proprio nel descrivere questa battaglia, pochi anni dopo, il monaco lusitano Isidoro Pacensis nelle sue Cronache, usa per la prima volta l'aggettivo «europei» per attribuire un'identità collettiva ai guerrieri che, per la prima volta, avevano fermato gli invasori musulmani.
Ma, a mio avviso, nella rappresentazione tragica parigina manca proprio un attore: l’Europa. Non esiste una vera unione di popoli se non ci sono ideali condivisi e quindi, il ruolo di una Europa credibile passa anche attraverso atti credibili che inducano la comunità islamica moderata a impegnarsi seriamente per isolare i fanatici che si annidano sempre più numerosi nelle impenetrabili moschee.
È perfettamente inutile chiudere le frontiere quando il nemico ce l’hai in casa, dove è cresciuto, ha studiato e ha avuto modo di conoscere altri stili di vita oltre a quello che, ora, sembra essere il loro unico modus vivendi.
Nelle manifestazioni di cordoglio che si susseguiranno nei prossimi giorni in tutto il mondo civile la comunità islamica moderata, se vuole scongiurare un fatale inasprimento di quella guerra di religione ormai in atto, deve scendere in piazza in prima fila contro questa inutile ferocia eliminando, così, ogni dubbio su possibili collusioni con chi ha usato il terrore nel nome di Allah.