RIFLESSIONI NOTTURNE CALCISTICHE
10/02/2015

Centodieci per novanta, misure classiche di una nobildonna che ospita ventidue gagliardi giovanotti in mutande e che corrono dietro una palla.
La palla è sferica, non rotonda, come da alcuni detto e rotola spinta dai geni che sanno come coccolarla. Per altri, invece, sbanda e scorazza per il campo senza un percorso aggraziato facendo incavolare i tifosi.
Il calcio, dolce passione per chi sa come amarlo. Il calcio, attività perversa per chi non ha altri valori. Il calcio, amante costosa per tanti presidenti che ci hanno rimesso patrimoni importanti. Il calcio mezzo sublime di arricchimento per chi, furbescamente, sa sfruttare le altrui passioni.
Pescara vive di calcio. Pescara una città che è un film, disse il buon Nacucchi prima di morire, facendo il giro del mondo in nave. Pescara una città prostituita al calcio e a chi fa magie con il calcio, vedi la passione per Galeone, pirata di cento battaglie vinte anche con l’aiuto delle maghe e dei sassolini in tasca. Ma vedi anche l’amore per Zeman, vecchio puttaniere con la sigaretta sempre in bocca, quasi a sfidare la fortuna e la salute.
Pescara che crede di saper di calcio e brutalizza chi non parla la sua lingua: Mazzone ne sa qualcosa e così anche Angelillo che vinse un campionato alla faccia di tanti giornalisti che nulla avevano capito né del calcio né del tanghero.
I giornalisti, perfida razza che vive sulla pelle degli altri. Dovrei parlarne bene visto che sono della parrocchia, ma il mio santo è diverso: un santo cresciuto in povertà e che nella povertà trova la sua ricchezza e non cerca altro. Mi guardo intorno e vedo tante cose di cui posso fare tranquillamente a meno e quindi salvo la mia libertà di espressione, contro quelli che, invece, non sanno rinunciare a nulla e si vendono anche le mutande pur di farsi dare la pacca amichevole sulla spalla dal padrone di turno.
Ah, i padroni, ne ho conosciuti tanti e disprezzati di più. Qualcuno, però, mi è rimasto simpatico: Galeota, che curava i bambini e maltrattava i matusa appassionati si calcio, ma ebbe un moto di orgoglio e riportò il Pescara in B dopo venti anni circa e lasciò facendo felici moglie e figlio. Caldora che stroppiava lì italiano ma aveva più buon senso lui di tanti laureati di cacca che pure vivacchiano nel mondo del calcio nostrano. Marinelli, il più amato dai tifosi pescaresi perché sapeva come prenderli per il sedere. E poi? Il nulla, il vuoto, fin quando è apparso colui che ha cambiato le carte in tavola facendo un gioco tutto suo: ha sfruttato il figlio di papà, cascettaro autolesionista, ha capito i meccanismi del gioco e tra un cumbia colombiano e un flamenco spagnolo, ha messo in atto operazioni che avrebbero fatto invidia a Gino Zappa e Pietro Onida e da piccolo operatore dei Colli è diventato un manager da piazza Salotto invidiato e corteggiato dagli gnomi della informazione locale.
Il calcio, da gioco per le masse, diventato una lavatrice industriale capace di dare verginità anche a Giustinella o a “Cocca di ferro”, gentil donne che solo gli Anta Anta possono ricordare.
Eppure c’è ancora gente che crede che Cristo è morto di freddo, e spera in risultati capaci di evidenziare le bravure dei calciatori nostrani e non capisce che tutto è manovrato da chi si arricchisce e specula sulle passioni altrui.
Il calcio, di cui una volta parlavi di schemi di tattiche e di resistenza alla fatica e di capacità nell’uso dei fondamentali, e che ora ti costringe a parlare di plusvalenze, di prestiti di tanti tipi diversi per cui non capisci se, e quando, un giocatore è tuo. E gl’ingenui che si indebitano e parlano di maglie sudate, portano grasso di valore per far meglio scivolare la vita dei faccendieri che, partiti come parrucchieri o come pizzaioli o anche come impiegati delle ferrovie o anche come piccoli ragionieri esperti in vendite rateali, si sono arricchiti e non hanno più il senso della realtà spinti dalla ingordigia e dalla spregiudicata supponenza di coloro che li appoggiano reggendogli il microfono e facendo da eco alle loro scorregge culturali.
Il calcio, una volta divina passione, ora postribolo per accattoni culturali e maneggioni di varia specie.
Il calcio… verso la morte? No, saprà rinascere, novella fenice, dalle sue ceneri alla faccia dei faccendieri, dei ruffiani e dei lecchini di vario genere e tutti, comunque, di bassa statura.