IL MONDO DEL CALCIO È UN COMODO BUSINESS
23/08/2014

Sono due anni che a Pescara, oltre ai risultati offerti sul campo, siamo portati a seguire, perché dalla società stimolati, a seguire questioni importanti, sì, inerenti il calcio, ma che non dovrebbero essere temi di discussioni tra i tifosi: Perché il calcio è appetito da imprenditori importanti? Quali sono i modelli di gestione di una società? Perché il calcio è scelto per ripulire denaro? Perché il calcio crea fondi neri? E via di questo passo.
Si ha l’impressione che i tifosi siano diventati quasi tutti esperti in gestioni finanziarie, piuttosto che di moduli e di tattiche.
E la spinta viene anche, e soprattutto, dalla società: mai come in questi due anni il presidente del sodalizio pescarese ha parlato di vendere a capitali stranieri, di inserire in società elementi che nulla hanno a che vedere con il nostro tessuto sociale; mai come in questi due anni ha avuto a disposizione capitali di notevole entità per ritrovarsi, poi, nel giro di pochi mesi, a denunciare uno stato di bisogno che allarma i tifosi che pensavano, giustamente o meno, di avere soldi nel cassetto.
Cercherò di analizzare, punto per punto, le varie situazioni.
Non è un caso se importanti imprenditori decidono di investire i propri soldi in una squadra di calcio. Anche per loro questo sport può portare consenso, popolarità, appoggio politico ecc.
Avere una squadra di calcio, grande o piccola che sia, è un buon modo per arrivare a quel consenso e a quella legittimazione di cui persone che non amano il calcio ma i soldi, hanno bisogno, ed è un buon modo anche per arrivare a personaggi importanti dell'economia e della società dove appartiene quella squadra.
Il calcio attira quasi la metà della popolazione italiana, è un potente mezzo di aggregazione e di integrazione sociale, di costruzione del senso di appartenenza e di identità di un territorio e di una nazione. È uno strumento che dà riconoscibilità e prestigio sociale.
Il mondo del calcio è, infatti, un ambiente in cui si possono instaurare relazioni con personaggi del mondo che conta, ovvero politici, imprenditori, scommettitori, professionisti ecc. La squadra di calcio diventa uno strumento per avvicinare persone e settori sociali che nel quotidiano sono lontani.
Ma come si gestisce una realtà calcistica?
I modelli di gestione di una società di calcio sono quattro: le società quotate in borsa, le piccole società gestite a livello familiare, le società dirette dai grandi mecenati del calcio internazionale e quelle gestite direttamente dai tifosi.
Il Delfino Pescara 1936 appartiene a una società gestita a livello “familiare”.
I presidenti di questi club investono le risorse della famiglia e gestiscono direttamente l’attività, coadiuvati da pochi altri individui. Il lato positivo è da ricercarsi nella passionalità dei presidenti che difendono a spada tratta i propri interessi, mentre il lato negativo è riscontrabile nelle difficoltà del mercato attuale, che richiede sempre più spesso repentini cambiamenti strategici ai quali i presidenti delle società non sono sempre capaci di far fronte.
E allora arrivo al punto che riguarda il perché di cercare contatti esteri.
Ormai tutti si appoggiano a società estere perché la pressione fiscale italiana è insostenibile per il calciomercato. Esiste una rete di avvocati, anche legati al mondo politico nazionale, in grado di costruire un reticolo di società offshore, dietro cui schermare il giro di denaro che proviene dal calciomercato.
Il meccanismo è semplice: La società che detiene i diritti del calciatore, estera o italiana, riceve dal club che acquista il giocatore, i fondi per il trasferimento e ne trattiene una quota. Quindi, di fatto, il giocatore vale meno di quello che i giornali dicono. Perché una parte della torta va ai procuratori e direttori sportivi che acquistano e vendono gli stessi football player. Così, come per magia, quel giro di denaro non può essere sottoposto al fisco italiano.
Una delle nuove frontiere per produrre denaro è acquistare quote di società calcistiche all’estero, in modo da creare un portafoglio buono a riciclare i fondi sporchi. Ecco perché gli stranieri sono interessati, per esempio al Delfino, ed ecco perché lo stesso Delfino è interessato agli stranieri, ma badate bene, questo è un discorso generale, che riguarda tutti e che non è lontano dal vero.
Dietro questa fuga di capitali, soprattutto per quel che accade in Sudamerica, spunta l’ombra del crimine organizzato e del narcotraffico, sempre alla ricerca di nuovi canali per ripulire il denaro generato dal malaffare. Lavatrici di soldi sporchi, mezzi per mantenere il controllo del territorio e alimentare il voto di scambio.
Questi movimenti riguardano anche le sponsorizzazioni: Se la società calcistica diventa il veicolo di sponsorizzazioni sospette che sono utilizzate per muovere le mazzette. Basta mettere in piedi un complesso sistema di società tra Italia, Svizzera e Usa giocare con le fatture e i conti correnti, creando fondi neri da far poi rientrare in Italia. Inoltre molti presidenti muovono somme enormi di denaro che sono di proprietà altrui.
Per arginare il problema bisognerebbe andare a fondo nella composizione societaria dei club, dalla serie A fino ai dilettanti, ma occorrono strutture specializzate e dai costi relativamente alti, e poi a nessuno conviene, oggi come oggi, andare a fondo nello studio del problema perché il calcio in Italia rappresenta una industria che accontenta moltissimi appetiti.
Ce n’è per tutti i gusti insomma, a testimonianza che lontano dai riflettori della serie A, il mondo del calcio è sia un comodo business.
Per non parlare, poi, degli accordi a fine stagione che ci sono e ci son sempre stati, ma in qualche modo fanno parte del gioco, non sono certamente etici, ma quasi tutti vi ricorrono. Tutto è cominciato alla fine degli anni '70. Il calcio è la lavatrice dell'illegalità finanziaria. Cresciuta e alimentata con le false fatturazioni e le società di comodo che investivano e ripulivano il contante ricavato dal nero.
Gli sponsor poi hanno tutto in mano. I guadagni consistenti e i veri affari li fanno loro. Ai giocatori arrivano le briciole della torta, che comunque sono consistenti. Con la crisi e l'economia in ribasso gli anni d'oro sono tramontati, ma c'è ancora qualcuno che per giocare si porta a casa migliaia di euro al mese.
Sono gli sponsor a garantire liquidità alle società sportive. Su una fattura fiscale si mette una cifra, ma in realtà è decisamente minore. In pratica un imprenditore che sponsorizza un club emette una fattura di ics euro, ma si fa restituire i soldi dalla squadra e ci guadagna sull'Iva non versata.
In superficie sembra tutto trasparente, invece in profondità l'acqua è torbida.
Le società sportive per iscriversi ai campionati hanno bisogno di soldi e l'autofinanziamento non basta. Esistono presidenti generosi, ma i costi sono esorbitanti. Spese per trasferte, campi, ingaggi, iscrizioni. L'illegalità finanziaria è un compromesso o un ricatto tra imprenditori e società sportive. Chi ci sta lo fa per paura di ritrovarsi senza soldi e non riuscire più a sostenere i costi sempre più alti.
Da qualche anno, poi, i dirigenti hanno scoperto il fenomeno delle plusvalenze che non è che la differenza tra prezzo di cessione e valore contabile del contratto.
Le plusvalenze nel calcio, così come in ogni altro ambito contabile, sono sempre esistite. Ma è solo in tempi recenti e grazie soprattutto all’ingegno di Sergio Cragnotti, che sono state elevate a “sistema”, al punto da diventare l’unica ancora di salvezza del calcio in crisi, dando vita alle plusvalenze fittizie.
Com’è noto, l’aumento dei ricavi è stato accompagnato da un corrispondente incremento delle valutazioni dei calciatori e da una lievitazione inarrestabile degli ingaggi loro corrisposti. Negli ultimi anni i bilanci di molte società hanno fatto registrare valori del costo del lavoro addirittura superiori al fatturato. Se alle spese per gli ingaggi si aggiungono i normali costi di gestione e le elevatissime quote di ammortamento si arriva ad una situazione in cui le perdite superano abbondantemente i ricavi. E i conti in rosso determinano una sola conseguenza: il loro ripianamento, ovvero, un versamento di denaro fresco che riporti il bilancio in parità.
Ovviamente non tutti i proprietari delle società di calcio si sentono, o sono in grado, di sborsare annualmente milioni di euro per coprire le perdite. Come fare allora per sistemare i bilanci ed essere in regola con i parametri richiesti per l’iscrizione al campionato? Semplice, adottando il sistema delle plusvalenze e gravandosi ogni anno di aggiuntive quote di ammortamento. Una situazione che avrebbe portato al collasso completo del nostro calcio se non fosse intervenuto, nel 2003, il famigerato “Decreto Salvacalcio”.
Invece di vendere l’anima ai maneggioni d’oltreoceano ci sarebbero modi seri e corretti per salvare il nostro calcio:
Approvare subito la legge sugli stadi. Con stadi polifunzionali si otterrebbero maggiori ricavi, una più stabile patrimonializzazione delle società e il tifoso smetterebbe di essere un cliente per diventare parte integrante della squadra.
Una riforma globale dei campionati per assicurare sostenibilità al sistema e liberare risorse. I fattori chiave da prendere in considerazione sono il bacino d'utenza e la forza imprenditoriale.
Serve un pacchetto di riforme, una parte attraverso la revisione delle Noif e dello statuto federale, un'altra con un passaggio in Parlamento. La Legge 91 sul professionismo (riguarda non solo il calcio, ndr) è fuori dal tempo, da quando fu promulgata il calcio è stato stravolta: si è passati dalle società senza fini di lucro alle quotazioni in Borsa. Poi va riformata la giustizia sportiva e bisogna pensare di introdurre la tecnologia per supportare gli arbitri.
Troppo difficile? No, se si vuole che il calcio sopravviva all’attacco dei faccendieri e dei “rubagalline”.